Steven Spielberg torna alla fantascienza, un genere che ha profondamente segnato con opere storiche come Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T. l’extra-terrestre e A.I. – Intelligenza artificiale. Ed anche questa volta, il regista affronta i temi a lui cari con sguardo acuto e consapevole.
In Disclosure Day, la narrazione si concentra sulla ricerca della verità. Il film non tocca temi del tutto inediti e ci getta fin da subito nel bel mezzo dell’azione: da un lato seguiamo la fuga di Daniel (Josh O’Connor) da un’agenzia specializzata nell’occultamento di segreti ufologici; dall’altro assistiamo al cambiamento caratteriale di Margaret (Emily Blunt), una meteorologa televisiva che inizia a esprimersi in un idioma incomprensibile. Questi due personaggi, apparentemente distanti, arrivano a incontrarsi, e la loro combinazione è il fulcro dell’opera e del suo sviluppo. Un lungometraggio sostenuto da un ottimo ritmo, capace di citare il passato cinematografico dell’autore senza essere banale (da Duel a The Fabelmans): con Disclosure Day, Spielberg conduce lo spettatore a una riflessione necessaria sull’importanza della conoscenza, anche quando questa può rivelarsi destabilizzante.
La tesi dell’opera è chiara: se l’uomo abbracciasse sinceramente la conoscenza, in ogni sua forma, cambierebbe sé stesso e il mondo. Si tratta di un assunto radicale, applicabile non solo al tema degli alieni, ma a ogni evento esistente e concepibile della nostra storia. È proprio qui che si consuma la vera battaglia del film, nel contrasto tra le strutture di potere che scelgono l’occultamento e l’urgenza civile di chi vuole far scoprire la realtà: una divisione netta all’apparenza, ma con le dovute sfumature al suo interno. Ne emerge di conseguenza un messaggio fondamentale sull’importanza del sapere, con annesse questioni etiche e religiose da affrontare, mettendo al centro anche l’empatia: l’empatia, la vera chiave per diffondere la conoscenza. L’incastro degli avvenimenti, pur apparendo a volte forzato, risulta sempre funzionale alla vicenda e coerente con la solidità del cinema che Spielberg ha sempre realizzato. Dal punto di vista formale, l’abilità tecnica del regista è fuori discussione: l’utilizzo delle luci (volte spesso a simboleggiare la conoscenza), il controllo dei movimenti di macchina complesso e fluido al tempo stesso, sono tali da coordinare inseguimenti, sparatorie e momenti di riflessione in maniera precisa.
È nel finale che il film compie il passo più interessante. Nonostante una rappresentazione delle entità aliene che rischia di apparire standardizzata e legata a vecchi stereotipi di genere, Spielberg decide di distaccarsi dal disincanto e dal cinismo che dominano certa cinematografia. Sceglie di mostrare un’umanità che, messa di fronte alla verità più complessa possibile, non cede al panico collettivo ma si apre alla sua totalità, nel bene come nel male. In una realtà quotidiana ripiegata su sé stessa, Disclosure Day si configura così come un sincero atto di fiducia del regista nei confronti del mondo: la conoscenza e l’empatia possono essere condivise e apprese, e l’umanità, nonostante i suoi innumerevoli difetti e crimini, può accoglierle pienamente.
Silvio Gobbi
Il Settempedano




