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Lei mi parla ancora
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“Lei mi parla ancora”: il film di Pupi Avati è su Prime Video

L’anziano farmacista Giuseppe “Nino” perde la moglie, Caterina, dopo sessantacinque anni di matrimonio. Successivamente, il signore inizia a rivelare, in maniera molto vivida, tutte le esperienze che ha vissuto con la consorte (ed ancora parla con lei, come se fosse viva). I suoi racconti sono talmente precisi che la figlia, Elisabetta, di professione editrice, decide di assumere un ghostwriter per scrivere un romanzo biografico basato sulla vita di suo padre. Lo scrittore entrerà gradualmente nel mondo dell’anziano Nino, riuscendo a scoprire una realtà antica, basata su valori completamente diversi da quelli di oggi.

Lei mi parla ancora, diretto da Pupi Avati e ora disponibile su Prime Video, è tratto dal romanzo omonimo di Giuseppe Sgarbi. Con questo film, il regista conferma la sua capacità di narrare con delicatezza qualsiasi vicenda, anche una storia d’amore, senza essere melenso, senza scadere eccessivamente nei toni retorici. Un racconto fatto di ricordi e di nostalgie, capace di trasformarsi in un viaggio-confronto tra temporalità differenti: quella di Nino, figlio di un’epoca passata, in parte vera ed in parte idealizzata, e quella attuale dello scrittore, una realtà frenetica dove ogni valore è infarcito di debolezza ed incertezza. L’iniziale diffidenza tra i due diventa, a mano a mano, stima reciproca: l’incontro tra queste due persone così differenti porterà alla luce una serie di similitudini inaspettate.

Pupi Avati è uno dei registi più prolifici del panorama italiano, capace di spaziare di genere in genere: dai thriller-horror, alle commedie, ai drammi. Vagando tra un genere e altro, e rimanendo fedele alla sua terra, tra Emilia e Romagna, il regista conserva sempre il suo stile: sincero, dinamico e acuto, volto a dare vita ad un cinema dove l’apparente semplicità delle vicende è, in realtà, capace di trasmettere messaggi universali, valevoli nei più diversi contesti. Lei mi parla ancora evidenzia un’altra dote di Avati: saper far uscire, con successo, attori noti dai loro usuali costumi. Nel passato, per esempio, lo fece con Carlo Delle Piane (Festa di laurea, Regalo di Natale e La rivincita di Natale), questa volta tocca a Renato Pozzetto, qui in un’ottima veste drammatica. Un uomo addolorato senza essere stereotipato: un anziano pronto a dialogare con i viventi e con l’aldilà, a comunicare tra i due mondi, una sorta di Ermes della Bassa padana. Un essere umano già distaccato dalla vita, ma non assente, con un atteggiamento un po’ stralunato che non scade nella distrazione. Un signore di un piccolo paese che conosce il segreto dell’immortalità: il ricordo. Per lui, ricordare la moglie, è un modo per continuare a vivere con lei, un’opportunità per fuggire dalla paura della solitudine generata dal lutto, e rendere così la vita eterna. Il ricordo da lui conservato è la chiave dell’eternità e, non a caso, nell’ultimo incontro tra Nino ed il romanziere, l’anziano cita Cesare Pavese: «L’uomo mortale, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta è il ricordo che lascia». Così Avati, mescolando i suoi vecchi film, rievocando Pavese, ancora una volta crea un lavoro dove la nostalgia non è una fuga, ma un elemento fondamentale per creare quei ricordi che rendono la vita infinita.

Silvio Gobbi

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