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Baccio Ciarpi La Beata Vergine col Bambino e i Santi Rocco e Severino vescovo, 1616-17, olio su tela, chiesa di San Rocco a San Severino Marche

Un santo Severino senza Sanseverino: tela non finita nella chiesa di San Rocco

Quando un santo patrono di città non ha attributi agiografici facili da individuare, allora nella città dove esercita il proprio patronato viene rappresentato con in mano o ai piedi la miniatura (talvolta realistica, altre volte simbolica) della città o della sua chiesa madre.

È quest’ultimo il caso del nostro San Severino, che essendo stato in vita un vescovo e non avendo subìto un martirio o vissuto vicende eclatanti, sarebbe facilmente confondibile con le molte decine di santi vescovi o abati, i cui attributi sono semplicemente la mitra e il pastorale. Il nostro patrono, dalla più antica rappresentazione conosciuta, ovvero l’opera di Lorenzo Salimbeni nella cripta dell’Abbazia di San Lorenzo in Doliolo, datata al principio del secolo XV, a quella più recente, dipinta da Giuseppe Fammilume nel 1947 per il Duomo vecchio, è sempre rappresentato insieme all’oggetto della sua protezione.

Lorenzo Salimbeni, San Severino vescovo, inizi sec. XV, affresco (particolare), Abbazia di San Lorenzo in Doliolo

Così è quasi sempre avvenuto nei secoli compresi fra questi due estremi: dal mirabile plastico di Bernardo di Mariotto per la pala d’altare in San Domenico del 1512, passando per quelle dell’esperto di forma urbis che fu il pittore e cartografo Cipriano Divini nel secolo successivo, fino a quella ottocentesca di Luigi Fontana nella cattedrale della vicina Tolentino.

Bernardino Di Mariotto, Madonna del Rosario con santi – particolare di San Severino, 1512, tempera su tavola, Chiesa di San Domenico

Tanto è vero che le poche rappresentazioni di San Severino prive di questo chiaro simbolo hanno sovente creato dubbi sull’effettiva identità del santo.

Tra queste possiamo annoverare il settecentesco San Severino di Biagio Puccini, già nel Duomo vecchio e ora nella Pinacoteca comunale e, in particolare, la pala all’altare della chiesa della Confraternita di San Rocco. Questa, requisita per ordine degli emissari napoleonici nel 1811, è recentemente rientrata in patria dopo oltre due secoli di assenza, grazie all’impegno dell’Arcidiocesi e della fattiva collaborazione dell’Amministrazione comunale settempedana e del Rotary Club. La restituzione di questo dipinto ha favorito la sua nuova e forse definitiva attribuzione da parte dello storico dell’arte Gianni Papi a Baccio Ciarpi (Barga, 1574 – Roma, 1654); in precedenza l’opera si riteneva del Pomorancio o dei suoi aiuti nel cantiere di Loreto.

Baccio Ciarpi La Beata Vergine col Bambino e i Santi Rocco e Severino vescovo, 1616-17, olio su tela, chiesa di San Rocco a San Severino M.

Il ritorno nella collocazione d’origine ha permesso di sciogliere, a mio avviso, anche la questione relativa all’individuazione del santo in abiti vescovili che è ai piedi della Vergine. Ha scritto qualche tempo fa Raoul Paciaroni che in un inventario del 1729 il cappellano della chiesa lo aveva indicato come San Martino. Lo storico settempedano ha sostenuto la correttezza di tale identificazione in quanto il santo, seppur raramente raffigurato in questa veste iconografica, è invocato come patrono degli scalpellini e la confraternita di San Rocco era prevalentemente costituita da mastri lombardi occupati nelle arti edilizie. Sulla base dell’unica foto allora disponibile, in occasione della stesura del mio volume sull’iconografia del nostro Santo patrono (San Severino vescovo di Settempeda. Santità, leggenda e iconografia, Hexagon 2019), avevo, con ragionevole sicurezza confutato questa indicazione, affermando che si trattasse di San Severino vescovo di Settempeda.

La porzione del quadro non finita, con le evidenti anomalie del piviale non definito e della mano che si presenta malamente abbozzata e di qualità molto inferiore al resto della tela

Il primo motivo era di natura logica, in quanto non si capisce il motivo per cui nella pala dell’altare maggiore si sia voluta dare tale evidenza a un santo che non è partecipe della dedicazione della chiesa (perché, allora, non san Claudio patrono dei muratori?) e sembra normale, come avviene in molti altri casi analoghi, che vi possa essere il patrono cittadino. La mia seconda ipotesi era basata sull’osservazione che il santo mitrato, con il pastorale stretto nella mano sinistra, mancava del tutto, o quasi, della mano destra e di una definizione del piviale nella sua prossimità. Ritenevo perciò che per qualche motivo l’opera fosse rimasta incompiuta, pensando, nello specifico, che l’autore potesse non conoscere l’orografia della città e, di conseguenza, avesse lasciato quella porzione di dipinto da completare a cura un artefice locale, una volta giunta la tela a Sanseverino. Questo, evidentemente, non è mai avvenuto e nel punto in esame del quadro vi è ancora oggi un maldestro abbozzo di mano, con guanto rosso che sostiene quello che potrebbe sembrare un libro. Per nessun motivo un libro è attributo del nostro santo vescovo; appoggiato su un libro però, talvolta viene raffigurato proprio il plastico della città, così come avviene per lo smagliante, i già ricordati dipinti di Bernardino di Mariotto e del Divini.

Cipriano Divini, San Severino e San Vittorino, 1667, olio su tela (particolare), Duomo vecchio

Dunque adesso, dopo aver finalmente potuto osservare dal vero e da vicino il magnifico quadro nella chiesa di San Rocco ed aver potuto esaminare con cura quella parte evidentemente rimasta non completata, posso con ragionevole certezza ora confermare – se vi fossero ancora dubbi – che il santo vescovo è proprio il nostro patrono Severino, uno dei pochi San Severino senza Sanseverino.

Luca Maria Cristini

(AI free)

Giulio Lazzarelli, San Severino, 1657, tempera, Santuario della Madonna dei Lumi

Francesco Ferranti, San Severino vescovo, 1913, tempera, Chiesa di San Giuseppe

Lucio Tognacci, San Severino vescovo, olio su tela sec. XIX, Convento di Santa Chiara