Dieci anni. Era il 26 ottobre 2016 quando il terremoto, dopo le scosse terribili d’agosto, tornò a colpire con violenza la nostra regione cambiando per sempre anche il volto di San Severino. A dieci anni di distanza è inevitabile fare i conti. E purtroppo in questi giorni, a seguito dell’inchiesta aperta sulla ricostruzione, passano quasi in secondo piano gli interrogativi su quante case siano state ricostruite e su quante opere pubbliche siano ancora ferme. Le domande necessarie diventano altre e inevitabilmente si legano alle indagini in corso sul malaffare.
Allora, per il debutto della nuova versione del sito de “Il Settempedano”, coincidente col decimo anniversario dal sisma, ci facciamo un’altra domanda, più difficile da tradurre in una percentuale: quanto siamo riusciti a ricostruire le comunità?
Perché un terremoto non rompe soltanto muri.
Spezza abitudini, allontana famiglie, chiude attività, svuota centri storici, modifica percorsi di vita. Porta qualcuno a trasferirsi sulla costa, qualcun altro in un’altra città. Fa perdere quei luoghi nei quali per decenni ci si era incontrati quasi senza accorgersene. E quando tutto questo dura anni, il rischio è che insieme alle pietre si disperdano anche le relazioni.
Per questo oggi si parla sempre più spesso di ricostruzione sociale ed economica, di lotta allo spopolamento, di diritto a restare e perfino di diritto a tornare. Perché ricostruire una città significa certamente restituirle le sue case, le scuole, le chiese, i negozi e le piazze. Ma significa soprattutto fare in modo che quelle case tornino ad avere abitanti, quelle scuole ragazzi, quei negozi clienti e quelle piazze persone che abbiano ancora qualcosa da raccontarsi.
San Severino Marche, in questi dieci anni, ha vissuto tutto questo.
Ha avuto le sue ferite, le sue attese, le polemiche, le ordinanze, i traslochi, le riaperture. Ha visto persone lasciare le proprie abitazioni e talvolta allontanarsi dalla città. Ha aspettato cantieri e festeggiato ogni luogo restituito alla comunità. Ha conosciuto la fatica di una normalità che, dopo il terremoto, non poteva più essere data per scontata.
Eppure la comunità settempedana, anche quando fisicamente si è dispersa, ha continuato in qualche modo a cercarsi.
In questo percorso un piccolo ruolo lo ha avuto anche l’informazione locale.
Il Settempedano era già online nel 2016. Ha continuato a raccontare le notte trascorse da centinaia di persone fuori casa, la paura, i primi controlli, i volontari in azione, le fasi dell’emergenza… Un racconto che, giorno dopo giorno, non si è più interrotto, pur tra le difficoltà del momento. Per tutti.
Da allora sono passati dieci anni e, sfogliando oggi quell’archivio, ci si accorge che dentro non c’è soltanto la cronaca della ricostruzione.
Ci sono le scuole che hanno trovato una sistemazione e quelle che sono tornate nelle loro sedi. Le attività commerciali costrette a spostarsi e quelle che hanno rialzato la serranda. Le chiese chiuse e quelle finalmente riaperte. Le famiglie, le associazioni, lo sport, il volontariato. Ci sono amministratori e imprenditori, sacerdoti e insegnanti, giovani che sono partiti e altri che hanno deciso di restare. Ci sono lutti, nascite, compleanni, successi sportivi, iniziative culturali, feste tornate a riempire una piazza.
In altre parole, c’è una città che ha continuato a raccontarsi mentre cercava – e cerca – di ricostruirsi.
Può sembrare poca cosa davanti a una casa che manca o a un cantiere atteso per anni. E naturalmente non c’è paragone.
Ma una comunità esiste anche perché conserva una memoria condivisa e perché continua a riconoscersi nelle storie delle persone che ne fanno parte.
Per chi è rimasto a San Severino, quelle notizie hanno accompagnato dieci anni di vita quotidiana. Per chi dopo il sisma si è trasferito altrove, magari sulla costa o ancora più lontano, aprire ogni giorno una pagina dedicata esclusivamente alla propria città ha significato anche continuare a sapere chi se n’era andato, chi era tornato, quale negozio aveva riaperto, come era finita una partita, cosa accadeva in piazza, quale personaggio della città aveva raggiunto un traguardo.
Continuare a sapere significa, in qualche modo, continuare ad appartenere.
Forse è anche questa una piccola forma di ricostruzione.
Non quella che compare nei report, non quella misurata in milioni di euro o in stati di avanzamento dei lavori. Una ricostruzione immateriale, molto più difficile da quantificare: tenere insieme i fili di una comunità quando gli eventi rischiano di spezzarli.
Il merito, naturalmente, non appartiene a un giornale. Appartiene prima di tutto ai cittadini, alle associazioni, alle imprese, alle istituzioni, alle scuole, alle parrocchie, al volontariato e a tutte le persone che in questi dieci anni hanno continuato a vivere e a far vivere San Severino.
L’informazione locale ha avuto semplicemente il privilegio di raccontarle, contribuendo così a costruire qualcosa: una memoria comune di questi dieci anni.
Ora, nel giorno in cui ricordiamo la prima terribile scossa di ottobre, guardiamo giustamente ai cantieri ancora aperti e a quelli che devono cominciare. Ma possiamo guardare anche a ciò che, nonostante tutto, non è crollato: il senso di appartenere a un luogo.
Perché le case si possono ricostruire. Le strade si riaprono. Le chiese si restaurano. Le piazze tornano accessibili. Ma una comunità, se si disperde, è molto più difficile da ricostruire.
E forse la sfida dei prossimi dieci anni sarà proprio questa: non limitarci a tornare nei nostri luoghi, ma riuscire ancora a sentirli nostri.
