A sedici anni da The Social Network (il film diretto da David Fincher sulla nascita di Facebook), Aaron Sorkin torna a occuparsi dell’azienda di Zuckerberg, ma questa volta firma sia la sceneggiatura che la regia. The Social – Il prezzo della verità (The Social Reckoning) è un’opera serrata che si inserisce pienamente nella tradizione del cinema d’inchiesta statunitense (da Tutti gli uomini del Presidente fino ai più recenti Spotlight e The Post).
Al centro della narrazione c’è lo scandalo dei Facebook Files: la serie di inchieste pubblicate nel 2021 dal Wall Street Journal che svelò, attraverso un’enorme mole di documenti interni, come i vertici dell’azienda (compreso Mark Zuckerberg) sapessero perfettamente quali danni stesse provocando la piattaforma, alimentando il cyberbullismo tra i giovani e facendo proliferare, senza freni, i contenuti cospirazionisti ed estremisti. La vicenda si sviluppa lungo il rapporto investigativo che lega il giornalista Jeff Horwitz e l’informatica ed ex dipendente della piattaforma Frances Haugen (rispettivamente Jeremy Allen White e Mikey Madison, entrambi ben calati nei loro ruoli). Il primo è il giornalista investigativo che lavora nell’ombra per verificare fonti e fatti sugli effetti sistemici dei social; la seconda è la whistleblower che decide di sottrarre e rivelare i documenti riservati che svelano le logiche opache dell’algoritmo.
Sorkin adotta una regia rigorosa e priva di superficialità, concentrando lo sguardo sui personaggi, sulle loro riflessioni e sulle loro azioni nei confronti dello strapotere del social (una scelta sottolineata anche dalla frequente messa a fuoco dei loro volti a scapito del resto). La struttura narrativa gestisce con ritmo e precisione i salti temporali tra il 2018 e il 2021, dall’avvio silenzioso delle indagini alle prime pubblicazioni, fino alla preparazione dell’audizione di Zuckerberg al Congresso americano e all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Quest’ultimo assume un valore cruciale: è il punto in cui le dinamiche tossiche dei social mostrano che possono danneggiare seriamente la tenuta democratica.
Un altro aspetto interessante è analizzare la figura del fondatore. In The Social, Mark Zuckerberg non è più l’ex studente universitario rancoroso in cerca di affermazione del film di Fincher: è ormai un uomo al vertice della comunicazione mondiale. Interpretato da un glaciale e misurato Jeremy Strong, Zuckerberg appare calcolatore, distaccato e disposto a tutto pur di tenere alto l’engagement della piattaforma. Da ciò consegue la scelta consapevole di tarare algoritmi che prediligono la diffusione di post divisivi e intrisi di rabbia, quelli che catturano maggiormente l’attenzione dell’utente. The Social non si limita solo alla ricostruzione della cronaca, ma solleva interrogativi cruciali sulla contemporaneità: dove finisce la responsabilità etica di un’azienda quando in gioco ci sono i profitti e la sicurezza degli azionisti? Quali sono i limiti reali che la politica può e dovrebbe imporre allo strapotere delle piattaforme digitali? Soprattutto: una volta scoperte le storture sistemiche di questi mezzi, sarà possibile trovare un punto di equilibrio tra i loro aspetti positivi e quelli negativi? Ciò che Facebook ci ha mostrato è che la sfera individuale è ormai pubblica e sociale, amplificata in una diffusione globale. Quale sarà, dunque, il futuro della nostra sfera pubblica? Il finale concede un parziale senso di giustizia, ma resta la consapevolezza della presenza di un contagio profondo e capillare, difficile da decostruire e da frenare.
Silvio Gobbi
Il Settempedano



