Com’è stato possibile che imprese che, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbero riconducibili alla criminalità organizzata abbiano ottenuto l’iscrizione all’Anagrafe antimafia degli esecutori, lo strumento creato proprio per tenere le mafie fuori dai cantieri del dopo sisma? È la domanda che il senatore marchigiano del Movimento 5 Stelle Roberto Cataldi rivolge alla presidente del Consiglio e al ministro dell’Interno in un’interrogazione sull’inchiesta “Ricostruzione” della Direzione distrettuale antimafia di Ancona, pubblicata il 4 novembre. L’indagine conta 51 indagati, 8 misure di custodia cautelare in carcere e sequestri per oltre 57 milioni di euro. Riguarda presunti illeciti negli appalti pubblici e nella ricostruzione privata successiva al terremoto del 2016. Per tutti gli indagati vale la presunzione di innocenza. Cataldi chiede anche quante iscrizioni all’Anagrafe siano state sospese o revocate a seguito dell’inchiesta e come il Governo intenda rafforzare i controlli sui subappalti e sulle intestazioni fittizie senza allungare i tempi per le famiglie con le pratiche in regola.
Il senatore domanda infine se il Commissario straordinario per la ricostruzione sia stato informato delle voci che il presidente della Regione Marche, Francesco Acquaroli, ha dichiarato di aver raccolto nel 2025 sul suo allora Capo di gabinetto. «Il filtro antimafia è nato per tenere le mafie fuori dalla ricostruzione. Se, come ipotizzano gli inquirenti, qualcuno è riuscito ad aggirarlo, il Governo deve dirci dove si è rotto e come intende ripararlo», dichiara Cataldi. «Ma il conto non può pagarlo chi aspetta da dieci anni di tornare a casa. I controlli vanno rafforzati senza fermare chi ha le carte in regola. La ricostruzione delle Marche non è ancora conclusa e le risorse pubbliche devono arrivare alle famiglie e ai territori, non alla criminalità».
