di Silvio Gobbi
Venerdì 30 ottobre a Macerata, Palazzo Ricci, è stata inaugurata la mostra Dare forma allo spazio, dedicata a Paolo Castelli (1924-2016), architetto, pittore e scrittore. Promossa dalla Fondazione Carima con la Fondazione per l’architettura di Macerata e curata da Michele Schiavoni e Roberto Cresti, presenta quindici progetti architettonici (quattordici realizzati e uno rimasto sulla carta), dipinti e libri. Per San Severino l’interesse è doppio: Castelli progettò l’ospedale “Bartolomeo Eustachio” insieme a Luigi Cristini e agli altri professionisti con cui proprio in quegli anni diede vita al Gruppo Marche.

Schiavoni ha diviso la carriera di Castelli in due fasi. La prima, dopo la laurea a Roma nel 1947, è quella dei sodalizi con Marone Marcelletti e poi con Antonio De Cecco. La seconda comincia nei primi anni Sessanta, quando incontra Luigi Cristini, definito «un visionario» e figura a cui, ha detto il curatore, «dovremmo sicuramente dedicare del tempo»: per capirne la figura, «basterebbe soltanto rivedersi la sua tesi di laurea». Con Cristini, con Romano Pellei e altri professionisti, prende forma il Gruppo Marche, per Schiavoni «l’ambizione di una vita» di Castelli: uno studio interdisciplinare capace di mantenere il controllo totale dell’opera, dal progetto architettonico a quello strutturale fino alla direzione lavori, una novità per l’epoca. L’atto di impegno dei fondatori è esposto in mostra: vi si legge l’impegno etico e di ricerca per la professione e per la regione che allora si formava.
L’opera simbolo di quella stagione è il Monumento alla Resistenza di Macerata, firmato da Castelli, Cristini e Pellei: per Schiavoni «un’opera conosciuta in tutta Italia», che Bruno Zevi commentò sull’Espresso. Roberto Cresti vi ha letto un messaggio collettivo: il partigiano che esce dalla dittatura e ritrova «una sintonia con la natura».
Come sottolineato da Schiavoni, Castelli ripeteva spesso: «L’architettura, a differenza della pittura e della scultura, disegna il vuoto, modella il vuoto, lo spazio». Da qui, ha proseguito Schiavoni, il titolo della mostra: l’attività dell’architetto è dare forma allo spazio. Un’idea di mestiere con un’etica chiara, riassunta da Schiavoni in due frasi che Castelli usava: «Cambiare il mondo un poco» e l’architetto che non è e non dovrà mai essere «l’avvocato del suo cliente». Ne consegue il dialogo con il paesaggio. Schiavoni ha indicato in Wright e Mies van der Rohe i riferimenti e nella «rottura della scatola architettonica» l’obiettivo, realizzato nella Casa del Pendio, la villa alla Cimarella: un grande volume bianco che sembra scivolare sul declivio, con uno spazio interno continuo su quattro livelli. Cresti ha ricordato che nel dopoguerra si cercavano «vie regionali all’architettura»: «Dare forma allo spazio significa sostanzialmente dare forma alla natura».
La stessa coerenza vale per la pittura: per Castelli era «una continua indagine sullo spazio e sul paesaggio» e, ha detto Schiavoni, è «impossibile scindere» il pittore dall’architetto, perché a unirli era il disegno. Cresti, che nel 2013 scelse con lui le opere di una mostra a Macerata, ha parlato di «mano d’opera», una mano all’opera, e di acquerelli capaci di «catturare gli elementi energetici che vengono dalla natura»: alberi che non hanno una stagione sola ma le contengono tutte, paesaggi che sembrano radiografie. Il pannello critico della sezione dei dipinti curata da Cresti evidenzia in Castelli «una vibrazione naturale» che resta anche nei paesaggi urbani nati dai viaggi in Europa e in America e perfino davanti alle cascate del fiume Zambesi, dove natura e artificio «si accordano nella sua mano con moderna armonia». Ogni viaggio, vi si legge, fu per lui «un ritorno», fino a far riapparire «le colline e i paesi della valle del Potenza» e la trama d’erbe e fronde intorno alla Casa del Pendio. Gli acquerelli africani, per Cresti, formano con gli altri «un unico paesaggio interiore».
Il figlio Alessandro Castelli, che ha condiviso lo studio con il padre per oltre quarant’anni, ha definito suo padre «un artigiano dell’architettura». Il lavoro d’équipe, ha spiegato, era il fondamento del Gruppo Marche, perché oggi nessuno può avere le competenze universali che Vitruvio chiedeva all’architetto, ma un gruppo sì.
All’interno della mostra, è possibile vedere, in maniera dettagliata, un’oculata selezione della lunga produzione dell’architetto, tra progetti, acquerelli e disegni. Un intero pannello è dedicato all’ospedale “Bartolomeo Eustachio” (il progetto è del 1968, la realizzazione effettiva dei primi anni Settanta).
La mostra a Palazzo Ricci (via Domenico Ricci, 1, Macerata) rimarrà aperta fino al 6 gennaio, a ingresso gratuito.





