L’annuncio dell’arrivo di Patti Smith al Feronia per il prossimo 5 dicembre è stato accolto dall’Amministrazione comunale con grande trionfalismo. Nella delibera di Giunta si parla di un evento di «rilevanza mondiale» capace di «attrarre un vasto pubblico». Viene da chiedersi se ci sia stato un errore di calcolo: parlare di “vasto pubblico” in un teatro che conta a stento 400 posti suona come una stonatura, se non come un’evidente contraddizione.
Nessuno mette in discussione il valore immenso dell’artista. Ma la scelta di chiuderla in uno spazio così intimo solleva un profondo problema di equità e accessibilità. Il Teatro Feronia è un gioiello già riconosciuto dall’Unesco che non ha certo bisogno di operazioni simili per affermare il proprio prestigio. La memoria va inevitabilmente al 2007, quando sempre a San Severino Patti Smith riempì Piazza del Popolo con oltre 4.000 spettatori paganti. Il confronto è doloroso: allora fu un abbraccio collettivo con la città, oggi ci troviamo di fronte a una serata esclusiva per pochissimi eletti.
Il nodo più spinoso, che tocca da vicino la sensibilità di ogni cittadino, è quello economico. L’operazione costerà alle casse pubbliche circa 55.000 euro (44.000 euro di cachet, a cui si aggiungono quasi 10.000 euro tra Siae e organizzazione). Fate due conti: significa che la collettività sta pagando oltre 135 euro di contributo pubblico per ciascuno dei 400 singoli biglietti disponibili.
Per un Comune di 12.000 abitanti, che porta ancora sulla pelle i segni e le fatiche della ricostruzione post-terremoto, si tratta di una cifra enorme. Un conto salatissimo presentato a tutta la comunità per soddisfare la platea ristretta di una singola serata. È inevitabile chiedersi con quale coraggio si destinino tali risorse a un evento di poche ore, mentre le famiglie assistono quotidianamente alle carenze delle infrastrutture scolastiche — dove servirebbero interventi urgenti come l’adeguamento climatico delle aule — o al degrado dei servizi igienici pubblici. Davvero un’amministrazione può ritenere un concerto esclusivo più prioritario del benessere quotidiano dei propri giovani e della propria gente?
Questa scelta appare ancora più amara se confrontata con il destino riservato al San Severino Blues Festival. Per 35 anni, questa storica rassegna estiva all’aperto è stata il cuore pulsante della nostra comunità, una festa inclusiva capace di unire generazioni grazie anche al sostegno della Regione e dei Comuni vicini. Eppure, la scorsa estate la Giunta non ha ritenuto fondamentale nemmeno organizzare una conferenza stampa per presentarlo. Negli ultimi anni il festival è stato valorizzato pochissimo: poco budget, promozione inesistente, nessun evento collaterale e da alcuni anni la cancellazione del riuscito evento “Arte in Blues” hanno allontanato i giovani (difficile trovare spettatori senza capelli bianchi) e fatto perdere al nostro territorio la centralità musicale a favore dei Comuni limitrofi (vedi la nascita di Ascoli Blues e Trasimeno Blues).
Non si tratta di criticare la musica, ma la visione politica di chi governa. Destinare una quota così imponente del bilancio della cultura a un singolo evento “blindato” per 400 persone, lasciando deperire un patrimonio popolare e accessibile a tutti, è una scelta insensata e priva di sensibilità verso i contribuenti. Se davvero si voleva regalare un grande sogno alla città, si sarebbe potuto organizzare lo show in estate, all’aperto, abbattendo i costi per singolo spettatore e restituendo l’evento all’intera comunità o al limite si poteva scegliere il Palasport
San Severino non ha bisogno di fuochi d’artificio per pochi eletti pagati con i soldi di tutti, ma di una programmazione culturale democratica, continuativa e vicina ai reali bisogni della gente.
Claudio Scarponi