di Alberto Pellegrino
Non piangere, compagno,
se m’hai trovato qui steso.
Vedi, non ho più peso
in me di sangue. Mi lagno
di quest’ombra che mi sale
dal ventre pallido al cuore,
inaridito fiore
d’indifferenza mortale.
Portami fuori, amico,
al sole che scalda la piazza,
al vento celeste che spazza
il mio golfo infinito.
Concedimi la pace
dell’aria; fa che io bruci
ostia candida, brace
persa nel sonno della luce.
Lascia così che dorma: fermento
piano, una mite cosa
sono, un calmo e lento
cielo in me si riposa.
Giorgio Bassani
Stanno sparendo quanti hanno vissuto in prima persona il grande momento storico della lotta di liberazione dal nazifascismo. Oltre agli studi storici, acquistano pertanto importanza i Luoghi della memoria che diventano testimoni preziosi per tramandare e tenere vivi quei valori della Resistenza che sono il fondamento della nostra Repubblica, che consentono di orientarci nel presente e di guardare al futuro, che costituiscono un fondamentale legame tra le generazioni. Sul territorio i Monumenti alla Resistenza sono la testimonianza tangibile delle lotte e dei sacrifici affrontati dalle formazioni partigiane; ricordano i luoghi dove per lunghi mesi sono vissuti i partigiani, affrontando i disagi dell’inverno, la durezza degli scontri, il pericolo degli eccidi. Questi monumenti- simbolo servono a tramandare il ricordo di quanti sono caduti per la libertà e la democrazia, a riaffermare i valori del vivere civile, i diritti sanciti dalla nostra Costituzione repubblicana e antifascista.
Non bisogna permettere che questi “luoghi della memoria”, presenti nella nostra regione, vedano progressivamente “impallidire” il loro significato; perdano il loro valore qualora non fossero più il segno tangibile di una memoria condivisa. Una visione lacerata e divisiva potrebbe in fatti provocare una divaricazione tra la cultura storica e la cultura politica e diventare una delle principali cause di quella damnatio memoriae che trasforma un doveroso ricordo in un colpevole oblio. Non a caso Pier Paolo Pasolini ci ha messo in guardia in uno dei Scritti corsari, quando ha detto che noi italiani rischiamo di essere “un paese senza memoria, il che equivale a dire senza storia”, perché vittime delle rapide e profonde mutazioni che hanno investito la famiglia, la scuola, le istituzioni e l’intera società, facendo crescere il pericolo di una omologazione culturale e di un interessato “revisionismo” storico che riduce la Storia a propaganda.
L’importanza dei Monumenti d’arte dedicati alla Resistenza nelle Marche
Si è verificato quest’anno un evento di eccezionale rilevanza nazionale rappresentato dalla scelta fatta dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella di effettuare la celebrazione ufficiale della ricorrenza del 25 aprile 2026 nelle Marche e precisamente a San Severino Marche, città Medaglia d’Oro della Resistenza al valore civile che è stata teatro di lotta e di eroici sacrifici del Battaglione “Mario” appartenente alla V Brigata Garibaldi. Abbiamo colto questa occasione, per ricordare e celebrare le tante lapidi e i tanti monumenti disseminati nella nostra regione e, poiché sarebbe impossibile citarli tutti, ci limiteremo a parlare di quei monumenti che non solo rappresentano dei rilevanti “segni iconici”, ma che hanno anche un valore artistico per l’importanza dei loro autori, le modalità con cui sono stati realizzati, il messaggio che intendono trasmettere. Si tratta di “luoghi della memoria” dal forte impatto materiale e carichi di significati storici, politici e sociali capaci d’imporsi come simboli che attraversano le generazioni per ricordare a tutti che non bisogna mai “dimenticare” il dovere individuale e collettivo di difendere la democrazia da ogni forma di dittatura.
Il Monumento alla Resistenza della Citta di San Severino Marche Medaglia d’Oro al valore civile
Questo monumento è stato progettato dal pittore e scultore Arnaldo Bellabarba, che ha utilizzato le traversine in legno di quercia usate dalle Ferrovia di Stato modellate e connesse con grossi bulloni in ferro. Sulla parte superiore dell’opera sono stati praticati cinque grossi fori dai quali fuoriescono strisce di smalto rosso a simboleggiare il sangue versato dai partigiani del “Battaglione Mario” appartenente alla V Brigata Garibaldi. Il monumento, inserito in un complesso ambientale antistante lo Stadio Comunale, è composto da dieci gradini e da due alzate in pietra di travertino. Nell’alzata di sinistra campeggia la scritta “Ventesimo anniversario della Resistenza” (1945-1965); nell’alzata di destra si trova una lapide su cui sono stati incisi i nomi dei partigiani caduti in combattimento o i civili fucilati dai nazifascisti: 21 italiani, 2 etiopi (di cui uno ignoto), 4 jugoslavi (di cui 2 ignoti), un sovietico, un sudafricano, un francese (ignoto), due inglesi (ignoti).
Arnaldo Bellabarba (San Severino Marche 1913-2002), dopo essersi diplomato nel Liceo artistico e nell’Accademia del Regio Museo Artistico di Roma, ha frequentato il Biennio della Facoltà di architettura dell’Università degli Studi di Firenze, quindi ha fatto parte del Gruppo Futurista Romano (1933-1935); successivamente è entrato nel Gruppo Maceratese dei Futuristi che si è distinto nel campo del’Aeropittura e Aeroscultura. Nel secondo dopoguerra si è dedicato a una pittura astratta dal linguaggio fortemente cromatico e dinamico che si colloca nell’ambito dell’arte spaziale.
L’artista ha così riassunto il significato della sua opera: “La mia idea è stata quella di poter esprimere con mezzi sintetici ed essenziali tutta l’opera in un grande gruppo simbolico, come una trincea, una barriera insuperabile. Il tutto doveva caratterizzare ed esaltare un monito e un invito rivolto agli Eroi delle Genti, perché operino verso una Pace Universale. L’opera concepita attraverso questi valori, senza nulla concedere al disegno, alla forma levitata, modellata, ha per protagonista il legno, il legno di quercia già esistito nella sua stessa essenza, nella sua natura, lavato, roso dalle acque, dalle nevi, dai venti, bruciato dal sole o dalla fiamma, insecchito, ruvido, ricco di valori naturali, connesso con solidi e grezzi bulloni. Dei fori con tracce di rosso-sangue stanno a stigmatizzare il martirio dei combattenti protesi in una lotta impavida e cruenta, simbolizzati attraverso l’intersecarsi di queste linee di forza che ne costituiscono l’elemento strutturale. Ho evitato ogni forma di manierismo e ho cercato invece di ottenere, nella sua massa, un complesso permeato da un simbolo proteiforme ed enigmatico, che in certo qual modo ci riportasse al ricordo e al carattere di giganteschi moli di un mondo remoto, con tutta la loro forza fantastica e violenta legata alla natura preistorica, alla lotta per la sopravvivenza”.
Il Monumento alla Resistenza della Città di Macerata
Il Monumento è stato inaugurato nel 1969 in occasione del 25° anniversario della liberazione della città dall’occupazione nazifascista e in coincidenza con lo sbarco del primo uomo sulla Luna, un avvenimento che ha segnato profondamente l’immaginario collettivo con una rilevanza quasi pari all’evento storico della Resistenza, poiché dal 1945 al 1969 l’Italia è stata segnata da profonde trasformazioni ed è passata dai crateri delle bombe ai crateri lunari. E’ stata quest’atmosferica storica e a questa suggestione umana a ispirare gli ideatori di questo monumento. I progettisti sono entrambi marchigiani. L’architetto Paolo Castelli (Camerino 1924 – Macerata 2016) che, dopo la laurea nell’Università degli Studi Roma, è stato uno dei fondatori dello “Studio tecnico Gruppo Marche”; ha progettato numerosi edifici pubblici e provati; ha redatto diversi piani urbanistici; è stato membro dell’istituto di Sviluppo Economico delle Marche come esperto di Pianificazione territoriale; è stato presidente regionale del Sindacato Architetti Liberi Professionisti, presidente regionale dell’Associazione Italia Nostra, socio dell’Istituto Nazionale Architetti e del centro Nazionale Edilizia Tecnica Ospedaliera. L’architetto Luigi Cristini (San Severino Marche, 1929-2017), dopo la laurea nell’Università degli Studi di Firenze, è stato assistente alla Cattedra di composizione nella Facoltà di Architettura fiorentina (1964-1970). Nel 1969 ha fondato con Castelli lo “Studio Tecnico Gruppo Marche”, ha svolto un’intensa attività professionale nei settori pubblico e privato, del restauro architettonico e dell’urbanistica; è stato consulente dell’Ufficio Programma della regione Marche, redattore dello “Schema di Sviluppo per l’assetto territoriale”, presidente nazionale del Sindacato Architetti Liberi Professionisti. Ha anche svolto un’attività artistica come pittore e scultore.
Il Monumento alla Resistenza si configura come un parco pubblico, un giardino monumentale da vivere liberamente, dove il ricordo dei partigiani caduti possa fondersi con la fruizione del riposo e della tranquillità. Non si tratta quindi di un elemento architettonico dedicato esclusivamente alla memoria, ma di uno spazio urbano a disposizione di tutti i cittadini.
Il parco è configurato e arredato con elementi in cemento armato a vista (aiuole, panchine, scalinate, muri di sostegno) e ha il suo baricentro in un’architettura-scultura costituita da un grande cratere in cemento armato che copre tutta la pendenza sul lato est del terreno. Il cratere è fruibile sia dall’esterno grazie a una scalinata che gli gira intorno e che permette una vista panoramica, sia dall’interno dove è possibile entrare attraverso un varco rotondo e alcuni gradini di accesso, per cui è possibile trovarsi al centro di un grande cratere lunare che contiene altri piccoli crateri in rilievo. Sul fianco esterno si trova una scritta che ricorda la Resistenza. Questo monumento è stato ideato come uno spazio di riflessione, aggregazione e valorizzazione sia dei contenuti della Liberazione dalla dittatura nazifascista, sia della scienza che si mette al servizio dell’umanità.
Circa il significato dell’opera gli autori hanno scritto: “Su una lunga costa erbosa è stato adagiato il parco commemorativo. Così lo stretto pendio diventa un’estesa passeggiata […] Con un significato anche simbolico, si discende lungo la verde parete inclinata, incontrando episodi architettonici diversi. Muovendo dal grande invaso dei “vaioli di crateri”, secondo la definizione ungarettiana, s’incontra, tra le aiuole rialzate e parterres coltivati, la sequenza delle piccole esedre, increspature cementizie del terreno che fanno da cornice formale ad altri elementi piani. Tutto concorre a richiamare un passato segnato dal dramma della guerra e dei giustiziati senza giustizia. Un’atmosfera di commozione, ma piena di retorica, contiene il pathos, puntando a evitare la falsa ampollosità del monumento tradizionale. Una estrema cura è dedicata alle piantagioni: alberi, siepi e tappeti erbosi scandiscono le composizioni architettoniche, dando enfasi ai crateri edificati imbutiformi, simili a voragini dalla geometria emendata. In tale modo, l’opera non si pone come oggetto, diventa parte integrante di un microcosmo arboreo; un parco sui generis, fruibile sia da chi si trova a passare, si da chi desidera rievocare, in raccoglimento un momento vivificatore”.
Va anche ricordato il Monumento alla Resistenza di Tolentino, città Medaglia d’Argento al valor civile: si tratta di un’opera realizzata nel 1992 dal grande scultore Umberto Mastroianni che ha ideato una scultura in metallo su un basamento di laterizi e pietra. L’autore ha precisato che una scultura non deve essere necessariamente “bella” ma che, con la sua forma astratta solida e possente, deve essere in grado di scuotere le coscienze delle persone, perché rappresenta le urla e il dolore, il sangue e la forza di quanti hanno lottato contro l’oppressore.
Il Monumento alla Resistenza nella Città di Ascoli Piceno
Un luogo-simbolo della lotta di liberazione nel sud della regione è il Sacrario ai Caduti della Resistenza costruito sul Colle di San Marco di Ascoli Piceno e inaugurato il 26 novembre 1965 alla presenta dell’on. Aldo Moro. Il monumento è stato progettato dall’architetto Enrico Teodori, ordinario di Urbanistica nella Università degli Studi di Roma ed è una struttura in cemento armato collocata su alcuni terrazzamenti del piano principale pavimentati con lastre di travertino. Il monumento ha intorno un’ampia area di rispetto, al centro della quale sorge un edificio che reca sulla facciata sud la scritta Sono morti per la libertà di tutti e sulla facciata nord l’iscrizione Ai caduti della Resistenza picena.
La costruzione contiene un sacrario ipogeo sorretto da possenti travature in cemento armato, con mura perimetrali in pietra e un pavimento ricoperto da lastre di travertino. Nello spazio interno un forte contrasto è creato dalle dimensioni “altezza-ampiezza”, perché il rapporto fortemente sbilanciato delle proporzioni accentua il peso dell’elemento verticale, il quale dalla superfice del pavimento si eleva verso l’alto con un squarcio nel soffitto che consente al visitatore di guardare il cielo.
Sul piazzale esterno è stata collocata un’opera della scultore Valeriano Trubbiani che ha realizzato un obelisco in bronzo che s’innalza verso l’alto come simbolo della libertà conquistata con il sacrificio della vita da parte dei Partigiani, vittime di una violenza che viene raffigurata sulla complessa e articolata superfice della colonna sotto forma di rottura di un sepolcro.
Alla base della scultura è stata posta la scritta: Medaglia d’Oro al Valor Militare per la resistenza / 9 settembre 1943 – 20 giugno 1944 / I duecentosettantotto Caduti in combattimento o fucilati diedero il segno di quanto valore ed eroismo sappiano esprimere genti tradizionalmente / pacifiche quali quelle ascolane per amore della libertà e della giustizia a difesa della Patria contro la prepotenza e l’oppressione.
L’autore dell’obelisco è Valeriano Trubbiani (Macerata, 1937-Ancona, 2020), che è stato uno dei più grandi scultori italiani del secondo Novecento. Dopo i diplomi conseguiti nell’Istituto d’Arte di Macerata e nell’Accademia di Belle Arti di Roma, ha iniziato la sua attività artistica realizzando in una prima fase le Macchine belliche, complesse rappresentazioni e denuncia della violenza e della morte. In una seconda fase ha creato figure antropomorfizzate o appartenenti al mondo animale collocate all’interno di una mondo di fantasia che assume valori fortemente simbolici. Ha esposto le sue opere nelle principali città di tutto il mondo e molte sue sculture sono presenti in importanti musei e collezioni private.
Il Monumento alla Resistenza della Città di Pesaro
L’opera, inaugurata il 20 settembre 1964, è stata collocata in un luogo della città che il 2 settembre 1944 è stato teatro di un violento conflitto a fuoco tra le truppe naziste e un reparto della Brigata partigiana Maiella comandato dal giovanissimo sottotenente Luciano La Marca ucciso durante lo scontro da una raffica di una mitragliatrice tedesca. Nel primo pomeriggio dello stesso giorno i nazifascisti hanno abbandonato la città di Pesaro, dove sono arrivati i Lancieri dei Carpazi e i reparti della Divisione polacca Cracovia, unitamente ad alcune compagnie del Corpo Italiano di Liberazione e alle formazioni partigiane della Brigata Maiella.
L’opera, definita un monumento-giardino, è stata progettata dagli architetti Fausto Battimelli, Pauline Espagne, Carlo Biscaccianti ed è costituita da una struttura in ferro verniciato e pietra del Furlo collocata al centro di una zona alberata che cinge tutta la struttura. Il monumento, che è dedicata ai giovani italiani e jugoslavi della Brigata Garibaldi che si sono battuti e sono caduti in combattimento sull’Appennino pesarese, ha l’aspetto di una grande anfiteatro circolare, circondato da un muro di blocchi di pietra a secco. L’anfiteatro ha un perimetro di 35 metri e un’altezza di circa 5 metri e dalla sua zona centrale partono due muri su uno dei quali è incisa la parola Resistenza.
Nel suo complesso il monumento si presenta come uno spazio pubblico concepito in stretta connessione con il tessuto urbano circostante senza cadere in una facile retorica, ma con l’intenzione
di valorizzare e interpretare lo spirito della Lotta di Liberazione non solo come memoria da conservare, ma anche come un’area verde che può essere reso vitale dalla presenza di tutti quei cittadini che vogliono usufruirne.
Particolare importanza assume l’intervento dello scultore e ceramista Nino Caruso (Tripoli, 1928-Roma, 2017), autore di una installazione realizzata in lamiera di acciaio ispirata dalle vittime di Hiroshima, al Cimitero dei Fucilati di Belgrado, alla Necropoli per i caduti della battaglia di Prilep combattuta nella Macedonia del Nord durante la prima guerra balcanica del 1912 tra il Regno di Serbia e l’Impero Ottomano. Caruso, dopo avere lavorato come operaio-tornitore nell’Alfa Romeo, ha iniziato la sua attività di scultore-ceramista, curando nelle sue opere in modo particolare il rapporto scultura-architettura. Sue opere sono collocate in piazze e importanti raccolte italiane e internazionali.
Nel 1994 è stata collocata sul muro del monumento una lapide in memoria dei magistrati Falcone e Borsellino, sulla quale sono stati incisi i versi del poeta pesarese Gianni D’Elia: Andatelo a dire / ai caduti di ieri / che il loro morire / fu come le nevi. / No, i fuochi di un tempo non trovano pace / la cenere al vento / ricopre la brace. / una cosa il giudizio / un’altra la pietà / lottare per la morte / o per la nuova / resistenza italiana / contro l’odio che odia / per l’amore che ama. / Andatelo a dire / ai caduti di ieri / che il loro morire / fu come le nevi.
Saggista, giornalista, critico letterario, Gianni D’Elia è uno dei maggiori poeti italiani del secondo Novecento e del nuovo secolo; è l’autore di numerose raccolte poetiche che comprendono composizioni liriche e d’impegno civile, destinate a tracciare un profilo umano, emotivo, politico e sociologico del nostro paese dagli anni Settanta ai nostri giorni.
Il Monumento alla Resistenza della Citta di Ancona
Il Monumento è stato realizzato nel 1965 all’interno del Parco del Pincio di Ancona su progetto dell’’architetta Paola Salmoni (Ancona, 1921-2003), apprezzata artefice di piani urbanistici, di edifici pubblici e privati, la quale ha lavorato in collaborazione con l’architetto Gilberto Orioli (Cesena, 1936-2011) specializzato in architettura del paesaggio. L’opera è stata realizzata su un leggero pianoro che si raggiunge superando un dislivello di 13 metri grazie a una scalinata in cima alla quale è stata collocata una scultura in bronzo di Pericle Fazzini, la quale rappresenta un uomo appeso per le braccia a un ramo d’albero stilizzato con sembianze umane, mentre un uccello si è posato su un ramo dal lato opposto. Alla base della scultura è stata apposta la scritta La Repubblica sorta dalla Resistenza si gloria della sua origine. Pericle Fazzini (Grottammare, 1913 – Roma, 1987) è stato uno dei più grandi scultori italiani del secondo Novecento. Ha esposto sue opere in Italia e all’estero; sue sculture sono collocate in prestigiosi musei nazionali e internazionali. La sua opera più celebre è la Resurrezione che si trova nell’Auditorium “Paolo VI” all’interno della Città del Vaticano.
Lungo la scalinata sono state collocate 16 lastre metalliche sulle quali sono incisi avvenimenti accaduti tra il 1922 e il 1945 e riguardanti la nazione italiana e la Città di Ancona. I testi sono di Franco Antonicelli (Voghera, 1902-Torino, 1974), saggista, storico, traduttore e poeta, componente del gruppo Giustizia e Libertà, perseguitato, condannato al confine e al carcere dal regime fascista, autore di numerose opere e senatore della Repubblica dal 1968 al 1972.
Nelle sedici Tavole sono riportati i seguenti avvenimenti:
-
Nell’agosto 1922 la città di Ancona è presa d’assalto da numerose squadre fasciste convenute da varie regioni italiane; dopo giorni di lotta, il popolo anconetano è costretto a cedere alla violenza fascista e alla superiorità delle loro armi.
-
Vengono devastate le sedi di partiti, sindacati, associazioni e circoli, luoghi di lavoro e private abitazioni ma, nonostante questa prima drammatica vicenda seguita dalla conquista del potere da parte del fascismo, Ancona è stata vinta ma mai conquistata.
-
Il regime scioglie i consigli comunali e provinciali; imbavaglia gli oppositori in Parlamento e nella società civile; elimina i partiti e sopprime i giornali avversari. Comincia per molti l’esilio, mentre Antonio Gramsci è arrestato e Giacomo Matteotti assassinato: “Uccidendo Matteotti, Mussolini ha indicato all’antifascismo quali debbano essere le sue preoccupazioni costanti e supreme: il carattere, l’anti-retorica, l’azione “ (Carlo Rosselli).
-
L’antifascismo non è solo una posizione politica: è una definizione morale, una spontanea ragione di solidarietà e unità tra i vinti di tutti i partiti e di tutte le ideologie. Non importa il numero di quanti resistono al potere che soffoca la libertà, non conta il successo: “La prova che il popolo italiano è in grandissima maggioranza antifascista ne è data dallo stesso regime, con la paura che esso mostra al minimo sussurro e con la ferocia con la quale punisce i minimi accenni di pensiero indipendente” (Lauro De Bosis).
-
Il poeta anconetano Lauro De Bosis crea nel 1928 Alleanza nazionale, un movimento antifascista per tenere viva la fede nella libertà degli italiani. Il 3 ottobre 1931 vola con un piccolo aereo dalla costa francese sulla città di Roma, sganciando migliaia di volantini che incitano alla rivolta contro il regime per poi scomparire in mare sulla via del ritorno come quell’Icaro che aveva cantato con i suoi versi.
-
A che serve una vittima? “Un martire è già una vittoria” ha detto Giuseppe Mazzini e un operaio marchigiano morto al confino nell’isola di Ponza ha lasciato scritto: “Tutte queste restrizioni forse è bene provarle perché non avviliscono chi ha fede ma al contrario mi temprano nelle idee, che tali restano più che mai”.
-
La guerra di Spagna riaccende gli animi, rinsalda le speranze, fa accorrere in difesa della libertà spagnola volontari da Ancona, Jesi, Fabriano, Genga, Sassoferrato. Il 1° maggio 1937 sono stampigliati sui muri di Ancona parole di fuoco contro il fascismo e in omaggio al popolo spagnolo.
-
Gli arbitri e le persecuzioni, l’alleanza con la Germania hitleriana, l’obbrobriosa campagna razziale, le minacce di guerra e infine la stessa guerra sono i passi fatali del regime fascista verso l’abisso. Anche l’antifascismo anconetano si schiera in forze sempre più numerose.
-
Il 25 luglio 1943 il regime crolla senza rimpianti: “Un giorno la causa dei vinti sarà la causa dei vincitori. I figli e i nipoti benediranno la memoria di coloro che non disperarono e nel folto della notte buia testimoniarono per l’esistenza del sole” (Giovanni Amendola).
-
Dopo l’8 settembre Ancona è occupata dai tedeschi e la resistenza comincia subito a organizzarsi con il Comitato di Liberazione Nazionale, i gruppi di azione patriottica, le prime bande che daranno vita alla gloriosa V Brigata Garibaldi. Uno dei comandanti è l’ingegnere Gino Tommasi (“Annibale”), che è catturato, deportato e ucciso a Mauthausen il 5 maggio 1945. Medaglia d’Oro alla memoria.
-
Nell’anconetano aderiscono alla resistenza civili e militari, vecchi e nuovi antifascisti, uomini e donne d’ogni fede per dare il loro contributo alla guerra di liberazione.
-
E’ una nuova guerra per riconquistare una patria. Lo sente il popolo che aiuta i partigiani, lo sentono i contadini che per la prima volta nella nostra storia non restano assenti dalla lotta per la libertà e stanno dalla parte giusta, sacrificando molte vite umane.
-
La lotta è una in tutto il territorio anconetano e nelle altre tre province delle Marche. Ricordare un martire, un eroe, un capo, un umile combattente, una staffetta, un gappista, è ricordarne altri cento. E ricordare tutti i partigiani della nostra terra è anche ricordare quei volontari di altre regioni che hanno combattuto e sono caduti nelle nostre file: i partigiani jugoslavi, inglesi, sovietici, francesi, americani, polacchi, somali, abissini, noti e ignoti, che furono a fianco dei nostri.
-
Il secondo periodo della guerra partigiana è il più duro. S’intensifica l’azione repressiva dei nazifascisti, si sfoga con maggiore bestialità nella primavera del 1944 con rastrellamenti accaniti e crudeli stragi di partigiani e civili. Ma la lotta partigiana non è solo difesa e rapidi colpi di mano: a Valdiola si sviluppa una vera e propria battaglia che riesce vittoriosa per i partigiani.
-
Ormai la liberazione non è lontana. Nelle Marche vi è stata la riunificazione di tutte le forze combattenti. Gli alleati avanzano insieme alle formazioni del Corpo italiano di liberazione e alla valorosa Brigata Maiella. Partigiani e gappisti insidiano la ritirata tedesca. Il 18 luglio in Ancona coperta di macerie entra il reggimento polacco “Lancieri dei Carpazi”. E’ libera tutta la provincia. Tutti hanno combattuto per la liberazione dei loro paesi. Volontari anconetani continuano la lotta contro i nazifascisti nell’Italia del nord e molti cadranno combattendo.
-
Adattando la guerriglia alla difficile natura dei nostri luoghi e alle particolari condizioni politiche e militari di tutta la regione, il contributo anconetano alla resistenza è risultato prezioso sia dal punto di vista materiale che da quello morale. La liberazione delle piccole patrie e della grande patria dal nemico esterno e interno è stata vista come l’inizio di più ampie liberazioni sociali e umane. Riunificata l’Italia nei comuni sentimenti, nelle comuni ragioni civili, gli italiani hanno stretto tra loro un nuovo patto, ispirato dalle esperienze, dai propositi e dalle speranze accumulate tra il 1922 e il 1945.
Il Settempedano












