di Alberto Pellegrino
Ricorre quest’anno il 440° anniversario della costruzione del Santuario della Madonna Lumi iniziata nel 1586, quando in tutta la Marca centrale si è consolidata la grande popolarità del Miracolo dei Lumi avvenuto nella notte tra il 16 e il 17 gennaio 1584 in località “Pescara” alle pendici del Castello di San Severino al Monte. In quella zona, che in quegli anni aveva assunto una cattiva reputazione, sorge un’edicola con un affresco della Vergine in trono con il Bambino benedicente realizzato nel 1560 dal pittore Giangentile di Maestro Lorenzo da San Severino, figlio del grande Lorenzo d’Alessandro.
L’immediata fama popolare del miracolo
In quella notte si verifica un evento giudicato miracoloso da diversi testimoni che vedono dei lumi circondare per circa un’ora l’edicola ed emanare dal dipinto una luce visibile anche nelle campagne circostanti. La notizia si diffonde rapidamente in città e dintorni anche perché le apparizioni luminose si protraggono per diversi mesi fino al 9 settembre1584, per cui una folla di fedeli accorre sul luogo per invocare la Vergine e chiedere delle grazie, si accumulano numerosi ex-voto d’argento, tavolette dipinte e lampade votive. Per proteggere questi doni dalle intemperie, il proprietario del terreno Luca Serantoni fa costruire una tettoia sopra l’edicola. Il vescovo di Camerino Giovanni Bovio, che ha giurisdizione religiosa su San Severino, incarica il canonico Luca Tardoli e il vicario generale Gaspare Orsini di svolgere delle indagini e di accogliere delle testimonianze riguardo al miracolo dei lumi. I due prelati stendono una dettagliata relazione dell’evento, pertanto il vescovo dispone la costruzione di una cappella e fissa delle regole per disciplinare il flusso dei fedeli.
Il 10 giugno 1584 si svolge una solenne processione, alla quale partecipano il clero cittadino e una folla di fedeli. Nel novembre 1584 il vescovo dà disposizioni per la costruzione di una nuova strada di accesso all’edicola e dispone che si proceda alla redazione di un progetto per la costruzione di una nuova chiesa. Il consiglio comunale si rivolge al Duca di Urbino Francesco Maria II della Rovere per avere un aiuto, il quale dà l’incarico della progettazione all’architetto urbinate Ludovico Carducci, che invia un progetto di un santuario ammirato di tutti, tanto che iniziano subito gli scavi delle fondamenta, ma presto si devono sospendere i lavori, perché ci si rende conto che il progetto è troppo grandioso e non sono disponibili le somme necessarie per erigere l’edificio. A questo punto, l’incarico è affidato ai Padri dell’Oratorio, la Congregazione fondata a Roma nel 1551da Filippo Neri.
I Padri dell’Oratorio a San Severino Marche
Per quanto riguarda la storia dei Padri Filippini a San Severino Marche, la città può vantare tre primati: il primo riguarda la nascita di una piccola comunità filippina (la prima in Italia) fondata nel 1571, che ottiene un riconoscimento ufficiale di appartenenza alla Congregazione dell’Oratorio il 22 dicembre 1579, per cui diventa la “figlia primogenita” come la chiama lo stesso Filippo. Questo primato trova una spiegazione nel fatto che tra i più fedeli collaboratoti di Filippo Neri vi è il settempedano Antonio, Talpa (1536-1624) che, dopo aver conseguito la laurea in diritto nell’Università di Perugia ed essere stato giudice a Cesena e a Spoleto, crea questa comunità di “preti dell’oratorio” che si riuniscono nella Chiesa di San Salvatore fino al 1578, quando il Talpa è chiamato a Roma per assumere prima l’incarico di Prefetto della Biblioteca della Chiesa di Santa Maria della Vallicella, poi quello di Rettore della Congregazione di Napoli, che si dedicherà allo studio e alla pubblicazione di alcune opere tra cui il Trattato sopra i confessori, il Modo di conservare l’osservanza religiosa, gli Insegnamenti per sermoneggiare. Filippo, oltre a inviare in dono un Crocifisso in bronzo che ancora si trova nella sacrestia del Santuario, stila la Regola per le Case della Congregazione che i Padri filippini chiamano la “Regola di San Severino”, per cui questa comunità apre la strada alle 25 Comunità dell’Oratorio che sorgono nelle Marche a Fermo (1582) e a Camerino (1588), seguite da Fano, Ancona, Macerata, Jesi e in altre città.
Queste comunità si caratterizzano per il loro stile di vita, perché “a differenza dei Gesuiti, i Padri filippini non subivano un apparato di tipo militare monarchico, tutt’altro, come diceva il cardinale Baronio, il nostro Santo non ha voluto che il governo sia di uno solo, ma a guisa di una Repubblica ben ordinata. Essi erano uniti dalla carità e non dai comuni voti, non sottostavano infatti all’obbligo del voto di povertà e di obbedienza, né costituiva per loro peccato mortale l’inosservanza delle regole della Congregazione, dalla quale peraltro poteva uscire in ogni momento per libera scelta” (Fabio Mariano, Le Chiese filippine nella Marche. Arte e architettura, Fondazione Cassa di Risparmio di Fermo, 1996, p. 17).
I Padri filippini stabiliscono la loro sede nella Casa Sassolini alle pendici del Castello e formano una comunità costituita da Piermartino Sassolini, Bartolomeo Achillei Arsenio Talpa, Alessandro Sperelli, Giuliano Tinti, Maurizio Cancellotti, Hilario Collio. Particolare importanza assume la presenza di Muzio Achillei, un teologo, giurista e matematico, autore di diversi trattati, fondatore nel 1580 dell’Accademia dei Conferenti della Florida, che diventa un centro di raccolta di illustri studiosi. L’altro personaggio è Giovanni Severani (1560-1640), storico, filosofo, letterato, matematico e archeologo, autore di numerose opere tra cui le Memorie sacre delle Sette Chiese di Roma (1630) e Roma sotterranea di Antonio Bosio accresciuta da Giovanni Severani (1632). A questi si aggiunge nel 1597 padre Giovanni Giovenale Ancina (1545-1604), il primo musicista e compositore filippino, inventore della “lauda spirituale” sul modello dei madrigali laici e autore della raccolta Tempio armonico della Beatissima Vergine (1599), che contiene due laudi dedicate alla Madonna dei Lumi e alla Madonna del Glorioso.
I Padri dell’Oratorio rimangono a San Severino fino al 1601 e la loro presenza ha per la città una importanza fondamentale, non solo per essersi dedicati allo studio, al culto sacro, alla predicazione, ma anche per le loro attività culturali “come evidentemente appare dalla funzione che fu chiamata a svolgere non solo relativamente alla vita religiosa della città, ma anche, e soprattutto, nei confronti della Congregazione di Roma, e che appare inversamente proporzionale alla brevità della sua esistenza e alla modestia delle sue dimensioni. Della Congregazione di Roma, San Severino costituì infatti in un certo senso la matrice, prima di diventare la figlia primogenita; e al suo sviluppo e alla sua crescita essa contribuì in misura determinante perché consentì alle due maggior fondazioni oratoriane di Roma e di Napoli di verificare nelle sue strutture la validità delle scelte che esse andavano via via adottando” (Maria Teresa Bonadonna Russo, La prima tappa: la Casa oratoriana di San Severino, in Autori vari, La congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri nelle Marche del ‘600, Nardini Editore, 1996, p. 41).
Nonostante questa fruttuosa presenza cittadina, la comunità finisce per essere travolta da una crisi che nel 1601 sfocia nella chiusura da parte della Casa Madre a causa dell’assottigliarsi del numero di sacerdoti, della morte nel 1600 del rettore Severino Puccitelli, del rifiuto di molti padri a trasferirsi a San Severino ritenuta un centro di minore importanza rispetto a Roma. La soppressione della casa sanseverinate viene sancita con decreto papale dell’8 febbraio 1601.
I Padri dell’Oratorio ritorneranno a San Severino nel 1621 per l’interessamento del Vescovo Ascanio Sperelli (1607-1631), che ottiene un nuovo riconoscimento della Congregazione dell’Oratorio con bolla papale di Gregorio XIV. A questi sacerdoti sono assegnati il Convento e la Chiesa di San Benedetto e l’annesso Oratorio nell’attuale Via Massarelli, un complesso che diventa la sede della rinnovata Comunità oratoriana, la quale riprende la propria attività secondo “il doppio spirito di San Filippo instancabile nel promuovere la virtù e il sapere”. Il 12 marzo 1622 viene proclamata a Roma la santità di Filippo e il 22 marzo il Senato di San Severino delibera d’intitolare la chiesa di San Benedetto a Filippo Neri, che diventa così il primo edificio sacro dedicato in Italia al nuovo santo.
La costruzione del primo santuario filippino in Italia
Il 1586 è un anno importante per San Severino, perché il pontefice Sisto V le conferisce il titolo di “Città” e sempre Sisto V crea la nuova diocesi con la bolla Superna dispositione del 26 novembre 1586, distaccandola dalla diocesi di Camerino e nominando come primo vescovo Orario Marziani (1587-1607), che mostra una profonda ammirazione per la Congregazione dell’Oratorio.
Intanto nel febbraio 1586 si pensa di affidare ai Padri filippini il compito di sovrintendere alla costruzione del nuovo Santuario, incarico che viene sollecitato dal Municipio e ufficializzato dalla Curia camerte con decreto del 31 marzo 1586. Dopo l’accantonamento del progetto inviato dal Duca di Urbino, arriva da Roma un nuovo progetto di Gian Battista Guerra (1554-1627), fratello laico della Congregazione romana e architetto di fiducia di Filippo Neri. Si propone la costruzione di una chiesa di 120 palmi di lunghezza per 38 di larghezza, con cappelle di 18 palmi di profondità. E’ anche prevista la costruzione di un Oratorio sottostante all’edificio su disegno di Francesco di Battista da Rimini, che seguirà personalmente la realizzazione dell’opera fino all’aprile 1587. I lavori procedono speditamente per cui l’Oratorio è terminato prima del 25 dicembre 1586 e nell’aprile 1587 i Padri prendono possesso del convento, che diventa la loro nuova casa. La chiesa viene completata nel 1589, mentre tra il 1593 e il 1596 il pittore Felice Damiani da Gubbio (1530-1608) realizza nelle due cappelle di sinistra un ciclo di dipinti sulla Vergine Mari che sono il suo capolavoro pittorico; nella seconda cappella di destra viene collocata una Annunziazione del pittore urbinate Gian Andrea Urbani (1600) con la Natività di Maria e la Presentazione al Tempio sulle pareti laterali.
Le caratteristiche architettoniche del Santuario corrispondono alle regole dell’architettura filippina basata sulla linearità, la praticità ed economicità delle funzioni sacre senza imporre ad architetti e artisti dei modelli prefissati, purché si rispettino i valori della familiarità e cordialità nella vita comunitaria e nell’apostolato. La piccola comunità degli Oratoriani ottiene in un decennio ottimi risultati nella costruzione del Santuario (che è ancora da completare), quando nel 1596 inizia (come si è visto) la crisi che porterà all’allontanamento dei Padri oratoriani e all’affidamento del Santuario alla Congregazione dei Barnabiti a partire dal 1 luglio 1601. I Barnabiti provvedono a completare il Santuario con la costruzione della Cappella dedicata alla Vergine dei Lumi con un maestoso altare realizzato con marmi policromi provenienti dal cantiere romano dalla chiesa di San Maria Maggiore e costruito intorno all’edicola con l’affresco di Giangentile di Maestro Lorenzo. Procedono alla realizzazione della cupola ottagonale abbellita con gli affreschi del pittore sanseverinate Giulio Lazzarelli (1607-1667). Nella prima cappella di destra è posta sull’altare la tela con il Beato Alessandro Sauli presentato agli Angeli da San Carlo Borromeo del veronese Felice Torelli (1667-1748), con ai lati due tele di autore ignoto con Storie della vita di San Filippo Neri. Nel Settecento si aggiungono l’elegante pulpito e la maestosa cantoria con un organo di Feliciano Fedeli (1734), autore degli organi nel Santuario della Madonna del Glorioso (1737) e della Chiesa di San Filippo (1743).
Il capolavoro pittorico di Felice Damiani
Nel Santuario il ciclo pittorico del pittore Felice Damiani è considerato uno dei capolavori del Manierismo ed è formato da sei grandi quadri collocati nelle due cappelle di sinistra: nella prima si trovano Il sogno di San Giuseppe e il Viaggio di Maria e Giuseppe verso la casa di Elisabetta ai lati, al centro la Visitazione; nella seconda vi sono ai lati la Adorazione dei Magi e la Circoncisione con al centro l’Adorazione dei pastori. Le cappelle sono ornate nel soffitto e sulle pareti da stucchi lumeggiati in oro e da affreschi di Vincenzo da Camerino. Secondo gli storici dell’arte, in questo ciclo Felice Damiani mostra di essere un artista dotato di un notevole “colorismo”, di possedere una grande capacità d’interpretare una realtà, nella quale si muovono i personaggi raffigurati senza retorica, ma con verismo e con un’acuta sensibilità psicologica a cominciare dai protagonisti (la Vergine e San Giuseppe) fino ai popolani o agli aristocratici, Il pittore, che dimostra notevoli qualità narrative, si rifà a altri artisti come Federico Zuccari, Pellegrino Tibaldi, Lorenzo Lotto, Claudio Ridolfi, ad alcuni fiamminghi presenti nella regione come Eugenio Schaychis. Nello stesso tempo Damiani mostra di possedere una propria personalità e originalità, di avere “una sua formula stilistica che ne consente nel tempo un sempre possibile riconoscimento, si caratterizza per una sua maniera sempre oscillante tra una vena pittorica devota e naturale […] una vena più piacevolmente narrativa e descrittiva, più attenta alla verità delle cose, che ne fa spesso un raffinato ritrattista e un sincero cantore dell’evento sacro calato nel quotidiano (Brunella Teodori, Felice Damiani, in “Le Arti nelle Marche ai tempi di Sisto V”, 1992, pp. 306-311).
Il Settempedano






