Home | Pillole di cultura Settempedana | L’antica base del busto reliquiario “San Sivirì d’argento”
Il basamento ligneo dopo le opere conservative
Il basamento ligneo dopo le opere conservative

L’antica base del busto reliquiario “San Sivirì d’argento”

Il simulacro che di più e meglio testimonia la devozione dei settempedani per il proprio patrono è il busto reliquiario a cui è riferito l’epiteto dialettale “San Sivirì d’argento”, blasone popolare familiare a tutti i settempedani.
Qualche giorno fa, all’Accademia di belle arti di Macerata, nell’ambito dell’attività di IRM, Istituto di restauro delle Marche, si è tenuta la brillante discussione della tesi di laurea di Eva Tordini, con relatori i professori Francesca Aloisio e Mauro Marcolini. La neo restauratrice ha finalizzato le opere conservative dell’originale basamento in legno scolpito, argentato e dorato del busto reliquiario di San Severino vescovo, prezioso manufatto ligneo, di cui si era persa la memoria, riscoperto e identificato come tale qualche anno fa, in occasione di alcune mie ricerche sull’iconografia del santo patrono Severino e che avevo annunciato su queste pagine.

Il basamento ligneo durante le opere conservative eseguite nei laboratori dell’accademia di belle Arti di Macerata, sede IRM di Montecassiano

Il grande reliquiario – commissionato nel 1659 all’orafo romano Sante Lotti (1599-1659), che dette forma al disegno preparatorio dello scultore romano Girolamo Lucenti (1627-1692), allievo dell’Algardi – rimase incompiuto per ragioni economiche. Afferma il Servanzi Collio – autore di un fondamentale saggio sul reliquario edito nel 1889 – come l’antica nuvolata di base «che era ben disegnata, e meglio eseguita» si «dovette intagliare in legno, non essendovi mezzi per continuare il lavoro in argento». Solo un legato testamentario di Pietro Paolo Tardoli permise, nel 1823, di sostituire l’elemento ligneo con quello attuale, impreziosito da una nuvolaglia e da teste d’angelo sbalzate in argento, come si legge nella fascia di base.

Raffronto fra l’ipotetica configurazione originaria del busto di San Severino vescovo (1659) con l’attuale (1823)

Il basamento originale è, a ben vedere, un oggetto di gran lunga più pregevole dal punto di vista della qualità artistica e, ovviamente, si armonizza meglio con il resto dell’opera. È costituito da un elemento di forma troncoconica dalla base sostanzialmente ellittica, cavo all’interno per ridurne la massa. All’esterno presenta teste d’angelo che fluttuano su una massa di nubi, il tutto scolpito con grande maestria. L’argentatura presenta meccature limitate alle teste degli angeli, mentre solo sulle pupille e in alcune porzioni delle ali è stata applicata una foglia d’oro, al fine di amplificare la lucentezza generale. Questo elemento, dalla forma a prima vista insolita, così isolato dal contesto d’origine, rappresenta pienamente la temperie culturale della scultura barocca. Nell’Ottocento questa era assai poco apprezzata e il legno deve essere stato per anni dimenticato nelle sagrestie della concattedrale di Sant’Agostino, per poi, essere portato nella chiesa di San Domenico. In un primo momento non se ne era compresa la natura: solamente l’eccellente qualità artistica e la successiva lettura dello scritto del Servanzi Collio ne hanno chiarito l’essenza.
Grazie ai buon uffici del professor Paolo Gobbi e dell’allora direttrice, professoressa Francesca Pappagallo, l’oggetto è stato “adottato” dalla scuola di alta formazione a ciclo unico quinquennale per restauratori che tanto e bene ha operato nella nostra città, e sottoposto ai necessari, urgenti lavori conservativi. Alla prima fase di pulitura e di disinfestazione, sono seguite indagini sui materiali impiegati e sul loro stato di conservazione e si è condotta una più approfondita ricerca storica. Quindi tutto il manufatto ha subito la definitiva pulizia, le parti lignee degradate hanno avuto interventi consolidanti, mentre se ne sono ricostruite alcune lacune.

Analisi diagnostiche agli ultravioletti sulla base lignea per evidenziare lacune e precedenti interventi

Ora il prezioso manufatto seicentesco, grazie alle sapienti cure delle studentesse e degli studenti di IRM e alla cura finale di Eva, farà ritorno nella nostra città. Rammenta a chiare lettere lo stesso Servanzi Collio – a proposito della consegna in uso e custodia, avvenuta nel giugno del 1660 da parte della Città al vescovo e rogata in un atto pubblico ancora oggi esistente – che il busto è di proprietà comunale, seppure concesso in uso ai Canonici della concattedrale, che dovrebbero custodirlo nell’apposito armadio della loro sagrestia. Questo basamento ligneo, non essendo più funzionale al reliquiario e al suo uso, dovrebbe, a mio avviso, tornare nella disponibilità dalla pubblica amministrazione cittadina, che potrebbe valorizzarlo ricostruendo una maquette dell’originale “Sansivirì d’argento” ed integrarlo nella sezione dedicata all’arte barocca della propria Pinacoteca.
Ma questa è materia da giuristi, non certo mia.

Luca Maria Cristini