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Il grande cinema con personaggi comuni: i film di Uberto Pasolini, Roy Andersson e Jim Jarmusch

Certe pellicole sanno distinguersi per la presenza di personaggi comuni, capaci di vivere la vita ed il tempo con un andamento non enfatico, non agitato: camminano al fianco dei minuti con calma e nutrono curiosità per le piccole cose di tutti i giorni. Queste produzioni sono capaci di trasportarci in un mondo dove il tempo quasi non esiste, dove si vive ogni momento senza fretta né corse. Tali pellicole non vengono fortemente pompate dalla grande distribuzione, rimanendo così isolate, incapaci di raggiungere il grande pubblico, per via della loro malvista ed incompresa pacatezza.
Ma vedremo che l’assenza di esasperazioni non significa mancanza di mordente e di emozioni. Esemplare è, a proposito, la mitezza del protagonista di Still Life, di Uberto Pasolini (2013). Un uomo metodico, un impiegato comunale che si occupa di identificare le persone morte in solitudine, lontane dai parenti: egli rintraccia i familiari dei defunti per organizzare i funerali di questi disgraziati solitari. Quest’uomo vive in un periodo indefinibile, un’epoca non delimitabile, vicina e, al tempo stesso, lontana da noi. Nel film, tutti i giorni sembrano uguali, ma ciò non pesa al protagonista né rovina la pellicola: la passione di lui per un lavoro così unico, così umile, per il quale nessuno lo ringrazia mai, è così autentica e profonda da fare dell’opera un piccolo gioiello. Un essere silenzioso in contrasto con i frastuoni moderni, un Caronte umano che trasporta i morti nell’aldilà, facendo loro compagnia nel giorno dell’ultimo saluto: un uomo semplice e mitico insieme, traghettatore delle anime dei dimenticati di oggi. E di dimenticati ce ne sono molti. Anonimi esseri umani che vivono, soli, in mezzo agli altri, come vediamo in Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza (Roy Andersson, 2014). I principali personaggi sono due rappresentanti di articoli di scherzi di carnevale: due uomini totalmente grigi, con un’espressività ridotta al minimo, che trascinano la loro vita senza alcun sussulto. Un film glaciale che raffigura una Svezia dall’animo mesto, come i suoi protagonisti. Un passato che pesa sul presente, evidenziato dalla continua, e surreale, incursione di eventi antichi della storia della nazione lungo lo svolgimento della pellicola, come l’arrivo dell’esercito svedese di re Carlo XII e la sconfitta di Poltava, durante la Grande guerra del Nord (1700-1721 circa, il lungo conflitto per l’egemonia del mar Baltico che segnò il declino della Svezia e l’affermazione della Russia). Un episodio che simboleggia il fardello dell’esistenza, un senso intimo, quasi archetipico e strutturale, di sconfitta (né militare, né politica, ma umana) ancora oggi perdurante nella realtà di tutti i giorni. Ed i due protagonisti vivono, in maniera brechtiana, questo mondo dove il tempo scorre senza un prima ed un dopo, dove ogni evento potrebbe essere tanto del presente quanto del passato. Si potrebbe ricostruire l’intera opera in un ordine diverso senza mutare il senso della trama: la staticità dell’essere umano, il «passato che intacca l’avvenire» (Henri Bergson), l’immobilità di un presente sovraccarico di passato, fisso, come le inquadrature di ogni scena bene ci sottolineano (mai in movimento, come in uno spettacolo teatrale). Un dramma dove la componente pittorica è onnipresente: le scene ricordano i quadri di Hopper, Balthus e Otto Dix, creando così una “tela cinematografica”, dove ogni personaggio, ed ogni oggetto, diventano dei particolari fondamentali del componimento visivo. Di dettagli è ricco anche un altro film dove il tempo sembra sospeso, Paterson di Jim Jarmusch (2016). Il protagonista, un giovane autista di autobus, vive ogni giorno la stessa routine: convive con la compagna, si sveglia la mattina per recarsi al lavoro, rientra la sera ed esce la notte per bersi una birra e portare a spasso il cane. Dal lunedì alla domenica, la sequela degli eventi è quasi sempre la stessa. Ma per Paterson non è così, ogni giorno è per lui una scoperta, uno spunto per portare avanti la sua vera passione: scrivere poesie. Jarmusch, fedele al suo indipendente ed asciutto modo di fare cinema, ricco di sottile ironia, raffigura un giovane capace di trovare uno stimolo poetico in ogni cosa, da un fiammifero alle cascate: i dettagli sono la fonte della poesia. Le piccole cose di tutti i giorni creano il cinema, l’arte si basa sulla quotidianità: anche la vita più apparentemente monotona è, nella realtà, ricca di bellezze che per fretta trascuriamo. Bisognerebbe prendere esempio da questo autista, uomo sincero, capace di cogliere quell’aspetto luminoso in ogni cosa che incontra, senza mai perdere la calma, nemmeno nei momenti di rabbia. Non cede mai all’urlo, quello che Giorgio Manganelli definiva un «mero arabesco», «un modo, ingegnoso e aspro, di lavorare la pasta molle del nulla, disporlo in una plastica orchestrale compatta e bene articolata».
Non Paterson, né gli altri personaggi qui descritti cedono al vuoto esercizio dell’urlo, riuscendo ugualmente a vivere storie eccezionali e memorabili, senza scadere nei luoghi comuni cinematografici e narrativi. Jarmusch, Andersson, Pasolini (Uberto), sono alcuni dei registi che non temono di utilizzare personaggi semplici, riuscendo a risaltarne le loro miti qualità: tutti quei pregi che, nel corso degli anni, abbiamo imparato a svalutare, a ignorare, arrivando persino a condannare, a bollare come da perdenti o da sfigati. Perdiamo di vista la grandezza della normalità, della ricchezza che si può celare nell’assenza di sensazionalismo, nella vita di ogni giorno di miliardi di persone, ma, fortunatamente, ci sono registi come questi pronti a ricordarci che la noia è soltanto la nostra incapacità di vedere la forza radicata nella quotidianità.

Silvio Gobbi

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