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La sartoria di Giuseppina Giannangeli (e di fianco le mascherine che confeziona in questi giorni)

L’atelier di Giuseppina fra moda, capi sartoriali e mascherine

Giuseppina Giannangeli ha un bell’atelier a pochi passi dalla piazza e lì, in questi giorni di emergenza sanitaria, lavora per realizzare mascherine di protezione. L’ha intervistata per “Il Settempedano” la giornalista Alessandra Rossi.

Com’è iniziato il tuo percorso professionale?

“Ho cominciato nel 1998 con le riparazioni sartoriali. Ma ero ancora alle prime armi e ho capito subito che un mestiere come quello non si poteva improvvisare. Ho pensato: “devo formarmi”. Così mi sono iscritta a varie scuole: fra le tante, l’Accademia di Costume e sartoria teatrale di Roma, che mi ha permesso di lavorare per anni allo Sferisterio. Quello del teatro è un ambiente bellissimo anche se duro, mi ha formato molto: si imparano cose che in una qualsiasi altra sartoria non si imparerebbero mai. Ma in quel periodo stavo portando avanti troppe cose tutte insieme, così ho deciso di concentrarmi sulla modellistica e consolidare le mie competenze frequentando la scuola di moda “Secoli” di Ancona. Dopo il diploma sono stata chiamata a insegnare in quello stesso istituto: mi ha fatto molto piacere, è bello quando qualcuno apprende da te ed è contento di ciò che gli hai insegnato. Negli anni, parallelamente alla mia attività di sartoria, ho collaborato anche con il Palio dei Castelli: il costume storico mi ha sempre affascinato. In questo lungo percorso è stato fondamentale l’apporto di Emilia Zamponi, molto più di una dipendente: per me è un’amica e una grande collaboratrice. Abbiamo iniziato insieme l’avventura della sartoria e all’inizio mi ha insegnato moltissimo, perché aveva già un’esperienza trentennale alle spalle. Molto devo a lei, che mi ha sopportato e supportato. Abbiamo una grande sintonia nel lavoro: dove non arrivo io c’è lei e viceversa”.

Hai investito molto in formazione. Che progetti hai per il futuro?

“Sì, ho sempre portato avanti il mio percorso di formazione. Negli anni sono riuscita a finanziarmi producendo una particolare linea di astucci e cartucciere per conto della Fedrigoni, un’azienda che vende nei negozi di cancelleria “Fabriano Boutique” di tutto il mondo.
Non lascerò mai il mondo della sartoria su misura e della riparazione ma, parallelamente, una cosa che mi piacerebbe fare è lanciare una mia linea di abbigliamento. Abiti che durino nel tempo, che non passino di moda dopo una sola stagione, ma con un dettaglio che li renda unici; con tessuti di qualità, ma a costi ragionevoli. Ho già realizzato alcuni capi. Insomma, di idee ce ne sono tante… a volte a mancare sono le risorse”.

È difficile trovare persone giovani che vogliano intraprendere il mestiere?

“Le persone ci sono, ma non sempre si rendono conto di cosa significhi lavorare in questo settore. È un mestiere lungo da imparare: se sei completamente digiuno ci vuole almeno un anno prima di diventare produttivo. Nel frattempo servirebbe un aiuto, ma lo Stato non capisce che l’artigianato si impara con il tempo e con la pazienza… se non ci sono nuove leve, fra dieci anni sarà un problema”.

Com’è cambiato il mercato della sartoria da quando hai iniziato?

“Nel campo delle riparazioni non posso dire che ci siano stati grandi cambiamenti: si sono sempre fatte e si continuano a fare. Per quanto riguarda l’abito su misura, invece, un po’ di calo negli anni c’è stato… ma ho notato che adesso sta di nuovo prendendo piede. Lo vedo anche dai negozi di tessuti. L’industria della moda oggi non offre tantissimo: o spendi cifre davvero alte oppure scegli le grandi catene, dove solo le ragazze trovano molta scelta. Non c’è fascia media, soprattutto per le over 50. Chi sceglie un capo sartoriale lo fa soprattutto se ha bisogno di un abito da cerimonia ma, in generale, quando vuole un capo di qualità, che stia bene addosso e che duri nel tempo”.

Passiamo alle mascherine: quando e come ti è venuta l’idea di fabbricarle?

“L’idea me l’ha data la mia collaboratrice Emilia. Lo stesso consiglio, più tardi, è venuto da una mia amica di Ancona: mi ha chiesto, “perché non provi anche tu a fabbricare le mascherine chirurgiche?”. Ho iniziato a pensare a come realizzarle e l’ispirazione è arrivata dal teatro. Un anno, allo Sferisterio, abbiamo cucito degli abiti di scena con un particolare tipo di Tnt anallergico certificato. Ho realizzato alcuni prototipi e iniziato a venderli sul sito della sartoria: i primi ordini sono arrivati quasi per caso, poi la domanda è esplosa e abbiamo iniziato a spedire in tutta Italia. Un po’ grazie a Facebook, un po’ grazie ai giornali, un po’ grazie al passaparola. Una persona in provincia di Potenza, ad esempio, ha acquistato delle mascherine: il pacco è arrivato velocemente, il prodotto gli è piaciuto, e pochi giorni dopo le hanno ordinate tutti i suoi amici. Hanno apprezzato la comodità del modello e il fatto che si possano lavare più di una volta”.

Quante mascherine cucite ogni giorno?

“In due riusciamo a produrne in media 250, 300 al giorno. Le prime settimane abbiamo lavorato anche di sabato e domenica, tanta era la richiesta! Eravamo in pochissimi ad avere il permesso di produrle. Adesso il ritmo è più tranquillo, c’è meno richiesta e più offerta; stanno tornando anche nelle farmacie. Ora sto iniziando a pensare all’estate, visto che forse dovremo continuare a portarle: tessuti più leggeri e confortevoli da indossare con il caldo, ma anche più colorati e vivaci”.

Com’è cambiata la tua giornata da prima a dopo la quarantena?

“Non molto, in realtà. Certo mi mancano il bar, il caffè del mattino, gli amici, la lettura del giornale… i piccoli riti di tutti i giorni. E mi manca il contatto umano; mantenere la distanza di sicurezza è angosciante, anche se necessario. Ma per il resto la mia vita non è cambiata: la mattina mi alzo e vado al lavoro, come sempre. Mi sento libera rispetto alle persone che non possono muoversi, fortunata”.

Alessandra Rossi

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