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Carlo Urbani
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Sars, 17 anni fa moriva Carlo Urbani: il ricordo di Emanuela Zecchini

Il 29 marzo di 17 anni fa moriva Carlo Urbani, il medico che per primo identificò la Sars (sindrome respiratoria acuta grave), polmonite atipica che in estremo oriente causò il decesso di centinaia di persone. Lui stesso fu vittima di quella epidemia. Era appena iniziata la primavera del 2003. Pochi mesi dopo, proprio grazie al lavoro iniziale di Carlo Urbani, i ricercatori debellarono il coronavirus responsabile della grave malattia. Oggi l’emergenza che affrontiamo nasce da un nuovo ceppo di coronavirus, chiamato dagli scienziati “Sars-Cov-2” perché “fratello” di quello che provocò la Sars. Ecco allora tornare alla mente la figura di Urbani, immunologo, nato a Castelplanio nell’ottobre del ’56 e medico all’ospedale di Macerata dal 1990 al 2000 nel reparto di Malattie infettive. Un uomo, divenuto un eroe, che ha dato la propria vita per ciò in cui credeva, come oggi stanno facendo tanti dottori e infermieri italiani impegnati in prima linea contro un nemico invisibile.

Ecco come Emanuela Zecchini, nostra concittadina, da sempre impegnata nel sociale e a sostegno dei più deboli, racconta il legame che instaurò con la famiglia Urbani subito dopo la scomparsa del medico.  

“La Provincia di Macerata, in ricordo di Carlo Urbani, aveva stampato subito un piccolo libro con la sua storia, visto che l’ultimo ospedale italiano in cui aveva lavorato era stato proprio quello di Macerata. Mi era capitato tra le mani e lo avevo immediatamente letto. Mi aveva colpito la poliedricità di questa persona, la sua creatività, la sua umanità, la sua apertura mentale e il fatto che non avesse esitato in alcun modo a bloccare la Sars, nonostante la piena consapevolezza del rischio della propria vita e di avere tre figli: la piccolina aveva meno di 3 anni. Una frase mi rimase molto impressa: “Sono cresciuto inseguendo il miraggio di incarnare i sogni. Ho fatto dei miei sogni la mia vita e il mio lavoro”. A giugno del 2004 ho discusso la mia tesi di laurea sui temi del volontariato e ho deciso di chiedere agli amici di aiutarmi a regalare un’offerta all’Aicu, l’Associazione nata nel frattempo con lo scopo di portare avanti le finalità per cui il dottor Carlo Urbani aveva dato la sua vita: il diritto ai farmaci e alle cure per tutti, anche per gli ultimi del mondo. I miei fantastici amici hanno capito subito lo spirito della mia richiesta e si sono attivati perché l’offerta non fosse soltanto una questione economica. Hanno preparato un grandissimo assegno col logo dell’Associazione e con la parola “sorriso”, che era ciò a cui tenevo.

Dopo aver festeggiato e raccolto una discreta somma di denaro, volevo incontrare la famiglia Urbani, visto che abitavano non troppo distanti da noi.
Così, grazie alla collaborazione di una parente, sono riuscita a mettermi in contatto con Giuliana Chiorrini (la moglie di Carlo; ndr) e l’ho invitata a San Severino.

Giuliana e la figlia Maddalena sono venute al monastero di Santa Chiara, perché avevo piacere che anche le mie amiche clarisse potessero conoscere la figura di Carlo. A questo incontro erano presenti ovviamente anche i miei amici! Giuliana ci ha parlato di Carlo, delle sue passioni, dei viaggi all’estero, del primo viaggio in Africa nella missione del settempedano padre Domenico Marinozzi, dell’esperienza in Vietnam, del Premio Nobel, degli ultimi giorni di vita di Carlo.
Terminata la testimonianza, ci siamo fermati a fare merenda insieme e Giuliana ha avuto modo di conoscere anche la mia famiglia. Quando ha visto mio padre in carrozzina, con l’estremo garbo e la discrezione che sempre la contraddistinguono, ha chiesto da cosa fosse dovuta la sua paresi. Abbiamo iniziato a raccontare la nostra “avventura”, come la chiama papà: nel 2002 febbre improvvisa, difficoltà a muoversi, blocco della minzione e poi mesi e mesi di ricovero, durante i quali man mano si chiarì la causa: un virus. Durante il nostro racconto Giuliana era molto concentrata e continuava a ripetere: “E’ come se questa storia la conoscessi già…”. Il primo ospedale in cui mio padre venne ricoverato, infatti, fu quello di Macerata, dove lavoravano i colleghi che Carlo aveva lasciato prima di partire per il Vietnam. E quei medici si erano consultati proprio con Carlo per cercare di capire la causa di quella paresi improvvisa. Ebbene, il dottor Urbani, con tutta la sua umanità e l’attenzione per ogni persona, aveva raccontato alla moglie quella storia, senza conoscere affatto chi fosse il protagonista.

Dopo questo incontro, con Giuliana è nata una bellissima amicizia che dura ancora oggi: ci sentiamo e ci vediamo quando è possibile. Con alcuni scout di San Severino siamo andati anche a Castelplanio sulla tomba di Carlo e abbiamo conosciuto pure la mamma di Carlo.
Abbiamo fatto conoscere la figura di Carlo anche all’Itis “Divini”, facendo ospitare all’interno della scuola una mostra con le foto di Carlo.
Ogni anno l’Aicu stampa dei calendari con le foto che Carlo scattava nei vari Paesi del mondo in cui andava con Medici senza frontiere. Diversi amici di San Severino hanno ricevuto come regalo di Natale questo calendario!
Quando è scattata l’emergenza del Coronavirus, il mio primo pensiero è stato per Carlo, per Giuliana, Tommaso, Luca e Maddalena: ho pensato subito che stessero rivivendo il dramma già vissuto 17 anni fa. Forse solo adesso riesco a capire ancora di più la grandezza di Carlo che prima di tutto era riuscito a dialogare con la politica per far capire subito la gravità della Sars e far attuare immediate misure di contenimento. E poi a individuare il virus, rimanendone contagiato”.

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