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I morti non muoiono
I morti non muoiono

La recensione: “I morti non muoiono”, di Jim Jarmusch

«Questa storia finisce male» afferma costantemente, cosciente e rassegnato, l’agente Ronald Peterson (Adam Driver). Ed infatti, nella cittadina di Centerville (738 abitanti), si stanno verificando dei macabri eventi: violenti omicidi a sfondo cannibalistico. Nel mentre, anche la Terra ha un comportamento bizzarro: il giorno e la notte non sono più regolari, per via dello spostamento dell’asse terrestre, causato dall’abuso di fracking delle calotte polari (un processo invasivo tramite il quale, perforando il terreno, si può estrarre gas e petrolio dal sottosuolo) da parte delle multinazionali e dei governi accondiscendenti. Si scoprono i responsabili degli omicidi: individui tumefatti e cancrenosi, degli zombie. Questi morti viventi non si presenteranno solo nella piccola cittadina, ma in tutto il pianeta: c’è un collegamento tra zombie e spostamento dell’asse terrestre? Forse. Correre ai ripari non sarà facile, ed i cittadini di Centerville con i loro tutori della legge, guidati dal commissario Cliff Robertson (Bill Murray), dovranno affrontare questa apocalittica avventura (accompagnati da stravaganti personaggi, come l’eremita Bob, interpretato da Tom Waits, e l’androgina scozzese Zelda Winston, impersonata da Tilda Swinton). Questi zombie sono atipici: essi “tornano in vita” per ripetere ciò che facevano prima di morire (giocare a tennis, cercare il Wi-Fi o bere caffè). Con I morti non muoiono, Jim Jarmusch realizza un originale film tra la commedia e l’orrore, con una forte critica sociale (è il suo secondo tentativo horror, dopo i vampiri di Solo gli amanti sopravvivono, 2013). Con il suo tipico stile, distaccato e laconico senza essere arido, coinvolgente per la sua unicità (dai lontani richiami brechtiani, specialmente nei personaggi di Murray e Driver), Jarmusch, sprizzando la propria ironia tagliente, tanto concisa quanto esplosiva, ci dona una commedia dell’orrore (senza gli abusati jump scare), ricca di citazioni dei propri film e del cinema del passato (come la presenza della Pontiac del 1968, citazione al debutto del maestro Romero La notte dei morti viventi). Un film dove il tempo è diluito, ma il ritmo è comunque mantenuto: le pause non stancano, la recitazione posata è tutt’altro che noiosa e ammorbante. Jarmusch riesce nel suo intento, nella sua ferma e serena condanna al mondo del consumo. I morti siamo noi, siamo zombie bravi solo a logorare. Non ci interessa ragionare in vista del futuro, usare il cervello, né in vita, né da non-morti: ragioniamo di pancia, non abbiamo materia grigia, per questo gli zombie di Centerville non attaccano le proprie vittime alla testa (come la leggenda vorrebbe), ma alle budella. Il mondo è al limite, la colpa è solo nostra: il leitmotiv “The Dead Don’t Die”, di Sturgill Simpson, ci fa ricordare quanto poco ragioniamo sulla nostra miseria («Never paying any mind to the silly lives we lead»). Un film di black humor per riflettere. Sta a noi scrivere il finale: solo noi possiamo decidere se continuare a vivere così, fino ad arrivare a mangiarci a vicenda, o se vogliamo evitare il peggio salvandoci dal disastro sociale ed ambientale. Jarmusch gioca con lo spettatore, con personaggi e dialoghi stranianti che alla fine devono obbedire alla drammatica sceneggiatura da lui stesa. Invece noi non abbiamo questo obbligo: il regista ci fa capire che siamo noi a scrivere la nostra storia, possiamo decidere come mutarla, ma dobbiamo sbrigarci, altrimenti, pure per noi «questa storia finisce male», come dice sempre Peterson.

Silvio Gobbi

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