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Pietro Cruciani
Il dottor Pietro Cruciani

In pensione Pietro Cruciani, ‘pioniere’ della moderna radiologia

Il dottor Pietro Cruciani, responsabile dell’Unità di radiologia di Camerino-San Severino, se n’è andato in pensione con il 2018. Lo abbiamo intervistato.

Dottore, lei che è anche uno sportivo, ha deciso allora di “appendere le scarpe al chiodo”…

“Sì, lascio a 65 anni con la Legge Fornero, avendo maturato 42 anni e 10 mesi in virtù di 37 anni di servizio e di 6 anni della laurea che ho ‘riscattato’. E’ il massimo, pur trattandosi di pensione anticipata rispetto ai 67 anni previsti”.

Ci racconta un po’ la sua storia professionale?

“Mi sono laureato nel 1980 e, dopo il tirocinio in Radiologia a Tolentino, mi sono specializzato al Policlinico Gemelli di Roma; poi, ho iniziato a lavorare all’ospedale di Osimo: una bella esperienza in una città magnifica. Sono rimasto lì per 6 anni, frequentando anche l’università di Ancona dove ho iniziato a fare ecografie e senologia nel 1986. Successivamente ho lavorato come assistente per alcuni anni a Tolentino e, come aiuto radiologo, a Fabriano; quindi, di nuovo a Tolentino. Nel 1997, dopo il terremoto, mi sono trasferito a Camerino-San Severino e qui sono rimasto fino alla pensione. Negli ultimi quattro anni ero Dirigente con funzioni di Primario presso l’Unità operativa di Radiologia. Insomma, ho lavorato per 37 anni continuativi, con bassa percentuale di assenza (a causa di qualche piccola malattia).

Qual è stata la prima cosa che ha fatto da pensionato?

“Sono andato ad Assisi e Loreto per ringraziare il Signore, San Francesco e la Madonna di avermi fatto arrivare indenne fino in fondo”.

Perché scelse proprio la Radiologia?

“Oggi la Radiolagia è la branca diagnostica più importante che ci permette di studiare tutto il corpo umano in maniera completa, grazie alle nuove tecnologie che si sono sviluppate negli ultimi anni col progresso dell’informatica e del digitale. Quando ho iniziato, il radiologo era il medico del ‘mondo delle ombre’ e del ‘sottoscala’… Spesso erano medici delusi dei vari reparti (chirurgia o medicina) che si ritagliavano un posto di lavoro ospedaliero quasi di ripiego. Era una branca rischiosa, si prendevano radiazione. C’erano sistemi di sviluppo delle pellicole radiografiche nelle camere oscure con prodotti chimici. Poi, negli anni ’80, si è passati dalla ‘paleo-archeo-radiologia’ alla radiologia moderna che si è sviluppata di pari passo con l’evoluzione tecnologica dell’informatica”.

Sono stati fatti passi da gigante in questo settore…

“Sì, e faccio spesso una correlazione tra la storia del fondatore della Apple, Steve Jobs, e quanto è accaduto nel progresso del settore diagnostico in Sanità. Le prime macchine performanti compaiono nei primi anni ’80 con la messa in commercio del primo ‘Mac’. Inizialmente esistevano pochi ecografi e tac; poi negli anni ’90 sono comparsi sviluppatrici automatiche, apparecchi telecomandati, tac e risonanze magnetiche sempre più moderne e performanti. Ma, dopo il 2000, con l’avvento del digitale, c’è stata una rivoluzione a 360 gradi che ha permesso di dare migliori prestazioni e risposte agli utenti in tempi sempre più rapidi, spesso in tempo reale, specialmente nelle urgenze-emergenze (anche a distanza). Oggi con rx digitale, ecografie, tac e risonanze si danno risposte sempre più precise e il corpo umano non ha più segreti sia per lo studio in condizioni normali che in presenza di una malattia o trauma”.

Insomma, un settore molto dinamico e affascinante: è d’accordo?

“E’ stata un’esperienza affascinante che mi ha permesso di conoscere molte cose prima impensabili e ho avuto la fortuna, il privilegio, di fare un lavoro entusiasmante. Certo, negli anni ci sono stati vari problemi (un impegno sempre maggiore e oneroso, la necessità di adeguarsi ai tempi, i turni di notte, nelle festività, i rapporti con i colleghi dei vari reparti, soprattutto con i colleghi dell’emergenza), ma nel complesso è stato un lavoro di soddisfazione. Colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente tutti i miei colleghi di lavoro che hanno condiviso gioie e dolori, delusioni, a volte con reazioni varie, di rabbia o altro, ma sempre nel rispetto e nel darsi una mano, con spirito di collaborazione. Ringrazio anche tutto il personale che ha lavorato con me e che ho avuto il piacere di conoscere e apprezzare per professionalità, serietà e – perché no! – anche di amicizia: tecnici, infermieri, segretarie, operatori sanitari, ognuno con il proprio carattere, le proprie storie”.

Qualche aneddoto?

“Ne avrei molti da raccontare… Mi colpì, ad esempio, quella volta che una persona mi disse: ‘Ma, dottore, lei è anche gentile!’, come fosse un fatto eccezionale. E’ questo il messaggio che lascio volentieri agli operatori sanitari: a volte non costa nulla essere un po’ gentili. Non bisogna mai perdere di vista, infatti, lo scopo principale del nostro lavoro: servire la gente, cioè i pazienti che vengono in ospedale con dei problemi o dei bisogni e non certo per loro piacere. Uno dei complimenti che mi hanno fatto più piacere, al di là di professionalità e competenza, è stato proprio il riconoscermi una grande disponibilità verso i pazienti. Spesso questo è stato scambiato come una specie di clientelismo o favoritismo. Niente di tutto ciò! Credo che non ci sia niente di male, nel sistema sanitario pubblico, che l’operatore vada incontro alle esigenze delle persone”.

A proposito di sistema sanitario, perché ci sono così tanti problemi?

“La questione è complessa. Oggi è diventato tutto più difficile e complicato. Innanzi tutto c’è troppa burocrazia. In parte è stato necessario imporre delle regole per motivi medico-legali. Tuttavia, l’estrema aggressività da parte di alcuni legislatori nei confronti dei medici ha portato a una medicina difensiva. Si sono introdotti percorsi obbligatori, i livelli essenziali di assistenza, e questo ha snaturato un po’ lo spirito iniziale di una sanità a dimensione umana. Si è perso quel contatto volto a far stare a proprio agio i pazienti. All’inizio della mia carriera c’era un direttore di presidio, un direttore sanitario (un medico dell’ospedale, in genere il primario chirurgo o medico) e tutto era più vicino. Ora ci sono direttori spesso lontani dall’operatore, il quale si trova solo col proprio lavoro: deve prendere decisioni e, se sbaglia, spesso viene richiamato pesantemente o punito. E’ stato ridotto l’operatore (medico o infermiere…) a mo’ di impiegato, spersonalizzandolo. E’ frequente vedere operatori insoddisfatti che si sentono strumentalizzati, sovraccaricati di lavoro, con turni massacranti per il mancato turnover”.

Lei, portando avanti anche l’impegno politico-amministrativo, che idea si è fatto della sanità sul nostro territorio?

“Ho avuto la fortuna negli ultimi venti anni di lavorare nel mio paese, nel mio territorio, tra Camerino e San Severuno. Così ho conosciuto e mi sono confrontato con molte persone, a cominciare dai sindaci di questi paesi. I problemi sono tanti: il terremoto, lo spopolamento, le zone disagiate, la mancanza di infrastrutture e di attività economiche; i giovani, i nostri figli, che se ne vanno per mancanza di lavoro; la privazione di servizi e ora anche delle abitazioni per via di una ricostruzione farraginosa. E’ una zona che soffre molto e la mia attività politica, collaterale o parallela, è stata importante per intercettare i bisogni della gente e cercare di porvi rimedio. Mi sono impegnato, in particolare, per potenziare le strutture ospedaliere. A livello di macchinari, ad esempio, negli anni ’90 facemmo una raccolta fondi con gli Agostiniani per far arrivare una Tac a Tolentino, mentre a San Severino sono stati acquistati il mammografo, un ecografo e una Tac con le donazioni di Carima e del volontariato. Inoltre, collaborando con la Commissione sanità nella seconda amministrazione Eusebi, si decise con l’assessore Rotini di aprire l’Hospice, quando molti non sapevano cosa fosse. Oggi è una realtà importante, così come lo è la Fondazione ‘L’Anello della vita’ presieduta dall’avvocato Francesco Rapaccioni”.

Ora, da pensionato, cosa farà?

“Penso di continuare la mia attività in maniera ridotta presso studi convenzionati. Non credo che sia da demonizzare il privato quando è di supporto al pubblico. Le strutture convenzionate sono utili e di sostegno al sistema sanitario nazionale. Infatti, quando ci si rivolge a una struttura convenzionata, per l’utente non cambia nulla; inoltre si accorciano le liste di attesa”.

Il “cruccio” con cui se ne va?

“Il mio dispiacere più grande è lasciare i colleghi di lavoro, i compagni di avventura e sacrifici di tanti anni; i tecnici, le infermiere e le segretarie che ringrazio di cuore per la collaborazione. Mi dispiace che non si trovino medici radiologi giovani disposti a venire nelle zone disagiate del cratere. Mancano radiologi, pediatri, medici per le urgenze, anestesisti rianimatori eccetera. Spero che la Regione e i dirigenti del sistema sanitario nazionale prendano i giusti provvedimenti, altrimenti ci sarà un’ulteriore penalizzazione di queste zone, con la riduzione di servizi importanti. Un fatto preoccupante perché qui abbiamo un alto indice di invecchiamento e un alto tasso di popolazione anziana”.

La soddisfazione migliore, invece, con cui lascia?

“Beh, ciò che mi fa più piacere, come medico, è sapere che qualche paziente aveva un problema, ma adesso lo ha risolto, grazie anche al mio piccolo contributo, e ora va a spasso per la città guarito e sereno. Saluto, comunque, tutti i pazienti e, in particolare, quanti mi sono rimasti legati. Li ringrazio di cuore per la stima che hanno avuto nei miei confronti e che ricordo con tanto affetto. Purtroppo non sempre ho potuto dare il massimo e di questo mi scuso”.

m. g.

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