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La recensione. “Gifted”: Mary e i problemi del talento

“Sai dirmi quanto fa 57 moltiplicato per 135?”. Dopo un breve silenzio, la risposta: “7695. La radice quadrata è 87,7 e rotti”. Non è un robot, ma la piccola Mary Adler (Mckenna Grace), al suo primo giorno di scuola elementare. La maestra, la signorina Stevenson (Jenny Slate), basita dall’intelligenza dell’alunna, contatta il tutore, lo zio Frank Adler (Chris Evans), per convincerlo ad iscrivere la bambina in una scuola privata con un’offerta formativa adeguata alla sua sorprendente intelligenza. Ma Frank non è d’accordo: vuole che Mary cresca come tutti gli altri bambini, senza essere segregata in scuole speciali per via della sua genialità. Dopo il diniego, viene convocata la nonna materna di Mary (e madre di Frank) Evelyn (Lindsay Duncan): comincia una lunga trafila giudiziaria per ottenere l’affidamento della piccola, affinché possa avere una vita dignitosa e seguire gli studi più confacenti alle sue capacità. Lungo il processo, emergeranno luci ed ombre di Frank ed Evelyn: la piccola verrà sballottata tra lo zio e la nonna, fino al lieto epilogo.
Gifted, film drammatico diretto da Marc Webb e sceneggiato da Tom Flynn, narra la vicenda di una bambina con un’intelligenza fuori dalla media e delle problematiche, sociali e familiari, annesse. Una storia che ha come tema la vita di quella bassissima percentuale di popolazione con straordinarie doti intellettive. La trama, non del tutto originale (basti ricordare Will Hunting), è resa gradevole dai buoni interpreti. La giovanissima Mckenna Grace è spontanea nel proprio ruolo, come anche Chris Evans e Lindsay Duncan risultano naturali nel vivere il conflitto presente tra i loro personaggi. Mary, bambina geniale e fuori dalla norma (intelligente come Sheldon Cooper, ma senza le sue manie assurde), diventa l’ennesimo motivo di contesa tra Frank ed Evelyn: lui, un uomo che ha abbandonato la carriera accademica più per far dispetto alla madre che un piacere a se stesso; lei, una donna (laureata in Matematica) che ha rinunciato alla ricerca universitaria per focalizzarsi oppressivamente ed esageratamente sui figli (specialmente sulla figlia, matematica anch’essa, sorella di Frank e madre di Mary). La caparbietà degli adulti ricade sempre sui piccoli, prima Frank e la sorella, ora Mary. La regia è didascalica, molto lineare, concentrata più sulla storia che sulla visione (eccetto la scena del dialogo al tramonto tra Frank e Mary, dove il regista esprime maggiormente le proprie capacità). Un film liscio, veloce, con momenti tristi e felici, con interpreti che riscattano il risultato complessivo.

Silvio Gobbi

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