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“Sulla mia pelle”: un dramma senza angeli né demoni

«Buongiorno, sono Cucchi Stefano, nato a Roma il primo ottobre 1978. […] Io mi dichiaro innocente per quanto riguarda lo spaccio, colpevole per quanto riguarda la detenzione». Queste sono le ultime parole che Stefano Cucchi, geometra, pronunciò durante il processo con rito direttissimo, il giorno dopo esser stato arrestato per la detenzione di 20 grammi di hashish e circa due grammi di cocaina. Quelle parole rappresentano l’unico e ultimo momento in cui Cucchi ha potuto difendersi legalmente. Dopo ciò, nel giro di una settimana, egli morì il 22 ottobre 2009, all’ospedale carcerario “Sandro Pertini”, a seguito di un deterioramento fisico che ancora oggi non è stato oggettivamente accertato. Le varie perizie si scontrano: alcune sostengono che la morte sia stata causata da una caduta, altre da delle percosse, altre ancora dall’incuria dei medici che avrebbero dovuto curarlo. Si sono susseguiti molti processi. Dopo varie sentenze, le più recenti hanno portato alla sospensione dal servizio di tre carabinieri ed il rinvio a giudizio di altri cinque componenti dell’Arma. Il “Caso Cucchi” ha scatenato una discussione su vari temi: l’omertà, le falle del nostro sistema penitenziario e giuridico, il rispetto dei diritti umani nelle carceri. Cucchi non era senza macchia: nel suo appartamento vennero trovati 925 grammi di hashish e 133 grammi di cocaina (rafforzando l’ipotesi di spaccio), ma ciò non legittima né spiega la sua morte, nel giro di una settimana, sotto custodia cautelare. L’unica cosa che rimane da fare è vedere come proseguiranno i processi e come il caso si risolverà.

Sulla mia pelle di Alessio Cremonini racconta proprio questa vicenda. Prodotto e pensato per la piattaforma Netflix, questo film ha partecipato alla sezione “Orizzonti” del recente Festival di Venezia. Il regista racconta gli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi attraverso le testimonianze e i verbali ufficiali. Cerca di rappresentare questa settimana mortale in maniera lucida e netta. La regia descrive la vicenda con una tecnica che rende bene la solitudine di Cucchi e la sua paura. La distanza tra il protagonista e le forze dell’ordine è rappresentata da inquadrature statiche, incentrate sullo sfortunato geometra: pochissimi campo-controcampo tra lui e gli altri personaggi (specialmente forze dell’ordine e personale medico) per sottolineare ulteriormente l’incomunicabilità dettata dalla sfiducia e dalla paura del detenuto stesso. Sulla mia pelle è cinema della realtà, il più possibile aderente alla verità dei fatti: non vuole raccontare nulla di più né nulla di meno di ciò che già è conoscibile attraverso le testimonianze e le deposizioni. Cremonini vuole narrare un tragico fatto di cronaca ancora irrisolto, ed usa il cinema per creare questa testimonianza filmica dura e devastante. È un pugno sordo e doloroso, capace di cancellare ogni possibile pensiero per far spazio ad una angoscia disarmante. Contributo fondamentale alla pellicola è l’interpretazione di Alessandro Borghi nel ruolo di protagonista. La sua interpretazione è perfetta: riesce ad entrare nel personaggio senza forzature, senza essere una caricatura. Compie una metamorfosi completa, arrivando perfino a parlare come il vero Stefano (basta sentire l’audio originale, alla fine del film, per notare l’estrema somiglianza della voce di Borghi con quella di Cucchi). L’attore si è già fatto notare in film come Suburra (Stefano Sollima), Non essere cattivo (Claudio Caligari) e The Place (Paolo Genovese), ma con Sulla mia pelle compie un salto di qualità, facendo tornare in vita un personaggio realmente esistito, la sua solitudine e la sua voce rotta. Un suono strascicato e doloroso, degno di questa pellicola che non fa né angeli né demoni, ma che vuole far ricordare un drammatico caso non ancora chiarito.

Silvio Gobbi

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