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Toni Servillo nei panni di Silvio Berlusconi in "Loro 2"
Toni Servillo nei panni di Silvio Berlusconi in "Loro 2"

La recensione: “Loro 2”, il giudizio al pubblico

Paolo Sorrentino mette a fuoco, finalmente, questo suo lavoro sulla figura di Silvio Berlusconi. La costruzione tecnica di Loro 2 è più efficace rispetto all’antecedente: precise inquadrature, fotografia perfetta ed una costruzione ritmata senza essere sincopata. Nel complesso, la visione risulta più gradevole e meno stucchevole, grazie all’eliminazione dell’eccessiva tracotanza presente nella prima parte. Il regista, in questo capitolo finale, rappresenta dei personaggi che sono ombre indefinite: molte rimangono totalmente oscure, altre sono in bilico tra il bene ed il male. Vari deuteragonisti oscillano tra la luce e l’oscurità (e questo è positivo, perché rende l’opera più aderente alla realtà, alla vita). Dagli attori messi in gioco possiamo aspettarci di tutto: uomini e donne dello “spettacolo della politica” (la politica appare come un vero e proprio show) che possono sia esercitare grandi poteri che soffrire e penare come ogni altro essere umano. Queste figure sfumate sono caratteristiche per la loro incompletezza, debolezza e, in certi casi, meschinità (tópoi del cinema di Sorrentino). Considerando il film secondo questo lato poetico, tale scelta contenutistica e stilistica può funzionare: rappresentare delle figure di “Potere” piene di lati umani, soggette ad incomprensioni e sofferenze, genera una forte forma di empatia con il pubblico, creando un maggiore coinvolgimento degli spettatori e, di conseguenza, una migliore riuscita del prodotto. Sorrentino ha deciso di applicare questa struttura ad un film con protagonista Berlusconi: ha voluto rappresentare il lato umano del Cavaliere, in tutti i suoi aspetti. Silvio viene raffigurato come un uomo fondamentalmente solo, che vive e muore del suo egocentrismo. Non c’è aria di condanna o di moralismo nel ritratto che ne dà l’autore: il suo Presidente è vittima tanto degli opportunisti che lo circondano che di sé, della sua voglia di potere e smania di comando. Affiora una specie di Giano bifronte: il “Caimano” delle battute sagaci, dei festini e degli intrighi politici e il “Silvio”, l’uomo dai mille dubbi, depresso, che cerca di farsi forza nella crisi coniugale che sta vivendo e che non riesce ad accettare la vecchiaia che avanza inesorabilmente. Questo “Berlusconi sorrentiniano” è la summa di molti altri personaggi precedentemente realizzati dall’autore: ha un po’ del lato decadente di Jep Gambardella (La grande bellezza, 2013), sente il peso della vecchiaia come Fred Ballinger (Michael Caine in Youth, 2015) e c’è anche un pizzico della malinconia di Cheyenne (Sean Penn in This Must Be The Place, 2011). Ma mentre questi soggetti originali erano frutto di pura fantasia (anche se Jep Gambardella è largamente ispirato al cinema del maestro Federico Fellini), Silvio Berlusconi non lo è. Egli è tuttora un personaggio biologicamente vivo (quindi difficile da descrivere, in quanto la sua storia è in continuo mutamento), ed è, soprattutto, una figura ancora potente nella propria attività: è un politico di primo piano, il cui peso è ancora rilevante (basta vedere i recenti sviluppi politici). Paolo Sorrentino ha condotto un’operazione azzardata, audace per il rischioso personaggio che ha deciso di narrare: il ritratto che esce in Loro del Cavaliere, vincitore e vinto, è un’operazione che non ha ottenuto l’efficacia sperata: le intenzioni c’erano, ma il punto non è stato pienamente centrato. Il regista ha deciso di dare la sua (anche troppo) personale versione di Silvio Berlusconi, molto lontano dallo stile drammatico-politico de Il divo (2008). In questa sua ultima fatica, Sorrentino ha cercato di rimanere fedele a molte delle caratteristiche del suo linguaggio, ma il risultato è (forse volontariamente) sostanzialmente sospeso. L’autore non prende alcuna posizione, né mira a realizzare una descrizione oggettiva delle vicende. Il giudizio su questo film rimane avvolto dal “silenzio”, non lo si può definire né efficace, né ben descrittivo, né insostenibile. L’autore non ha voluto darci alcun taglio, alcun giudizio sul suo protagonista. Il giudizio sul Presidente (filmico) deve essere deciso dal gusto personale del pubblico: il regista lo ha lasciato (volontariamente) indeterminato e sospeso, come la statua del Cristo che volteggia, alla fine del film, mentre viene estratta dalla Chiesa devastata dal terremoto.

Silvio Gobbi