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L'inaugurazione della mostra
L'inaugurazione della mostra

“Piccolo infinito quotidiano”: l’evoluzione di Paolo Gobbi, dall’essenziale al necessario

Si è inaugurata lo scorso 28 aprile la mostra personale ed antologica di Paolo Gobbi Piccolo infinito quotidiano, presso la Fondazione Umberto Mastroianni (grande scultore del Novecento e zio del famoso attore Marcello Mastroianni), ad Arpino (Frosinone). L’esposizione, curata da Maurizio Coccia e Loredana Rea (rispettivamente, direttore del Centro per l’Arte Contemporanea Palazzo Lucarini di Trevi, e direttore artistico della Fondazione Umberto Mastroianni), comprende alcune delle opere realizzate dall’artista nel periodo che va dal 2006 al 2018 (la mostra rimarrà aperta fino al 1° luglio 2018).
Nel percorso, si snoda l’evoluzione del pittore: un periodo breve, dati gli anni trattati, ma ricco di mutamenti ed evoluzioni. Nei lavori dell’arco 2006-13, prevarica il lato “intellettuale” ed “ermetico” di Gobbi: in quei cinque anni, l’artista realizza (su supporti di varia natura) l’idea nella sua più essenziale forma. Egli tende ad una rappresentazione quasi impercettibile, estremamente sintetica, ermetica, producendo lavori dai tratti essenziali e scarsamente empatici: l’autore vuole far dell’idea un segno puro. Un’operazione non facile, a tratti asettica, dalla quale il pittore, lentamente ma constantemente, comincia a distaccarsi, ad evolversi, verso opere dai segni sempre essenziali, ma più netti, più vivi e forti. Inizia successivamente un nuovo percorso: rappresentare l’idea non più solo come segno appena percettibile, ma anche come insieme di solchi e strati di colore.
In questa evoluzione si collocano i lavori che vanno dal 2013 al 2018. Le linee di Gobbi sono sempre presenti, ma cominciano a divincolarsi, a stancarsi della loro staticità e solitudine, tanto che il colore comincia timidamente (ma costantemente) a ricomparire. Ed ecco che un incontro inaspettato con un famoso poeta (Eugenio Montale), stimola l’autore ad un nuovo confronto, lavorando per creare delle immagini che siano un’espressione pittorica dei versi del poeta. Il confronto Gobbi/Montale nasce grazie a Donella Bellabarba (presidente dell’associazione Archivio Storico Tipolitografia Bellabarba, detentrice della copia originale degli Xenìa di Eugenio Montale, pubblicati per la prima volta a San Severino Marche), la quale propone all’artista un lavoro tra pittura e poesia dei versi del premio Nobel. Ciò porta alla realizzazione della mostra Tratti da Xenìa (curata da Luciana Cataldo, 2013) e, successivamente, Pagine per Montale (curata da Roberto Cresti, 2016): due serie di lavori incentrati su questo gioco tra versi poetici e strati di linee e colori. Gobbi coglie qui l’occasione per rivalutare seriamente il colore, realizzando un insieme di opere su supporti di varia natura (metallo e cartone), sulle quali lavora stratificando segni e colori, con velature leggere ma fitte: anche il lavoro all’apparenza più “semplice” è, nella realtà, una vasta somma di differenti velature cromatiche dalla tecnica rigorosa. L’autore rappresenta il suo mondo optando per una “leggerezza visiva”, ma l’apparente aleatorietà delle immagini cela, nel suo profondo, una robusta concretezza di pensiero. La sua arte cerca la propria identità nell’alleggerimento della forma, senza scadere nella superficialità e nella faciloneria, rimanendo ancorata ad una prassi lavorativa rigorosa (un po’ come scriveva Italo Calvino nelle sue Lezioni americane). Il volo/viaggio di Gobbi approda, per ora, alle sue recenti “macerie”. Questa sua ultima fatica prende spunto dai danni causati dal terremoto del 2016, il quale ha devastato il centro Italia e coinvolto anche la cittadina di San Severino Marche. È un punto di arrivo e partenza al tempo stesso. In queste ultime opere, troviamo la sintesi del percorso artistico dell’autore: dal linguaggio essenziale e minimale da cui siamo partiti, alle attuali “macerie”, composte da un dialogo di segni e stratificazioni di colore. Un colore che nasce dal movimento causato dalle scosse telluriche e frastagliato dalle linee che invadono la superficie delle opere. Tali “macerie”, dal forte impatto visivo, inducono lo spettatore ad indagare attentamente le immagini, per vedere cosa l’artista abbia voluto rappresentare: un necessario lavoro di testimonianza (rielaborata artisticamente, senza alcun intento retorico) di un evento geologico e sociale sconvolgente, che non ha solamente devastato la vita materiale della gente colpita, ma che ha messo ulteriormente a nudo la lentezza della nostra macchina burocratica/statale, la quale dovrebbe, invece, provvedere celermente per il ritorno ad una vita dignitosa. Questa “arte necessaria non retorica” è l’attuale punto di arrivo di Gobbi, ma è, soprattutto, il punto di partenza di un’arte che ancora può evolvere in forme espressive del tutto imprevedibili.

Silvio Gobbi