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“Lovers”: l’ignoranza come garanzia d’amore

Quattro personaggi (due donne e due uomini) in quattro indipendenti, ma affini, racconti d’amore e bugie. In ogni vicenda, gli attori si ritrovano a vivere storie di tradimento, dove i protagonisti, di volta in volta, mutano il proprio ruolo: dall’essere imprenditori e uomini di spettacolo a ghostwriter poveri (Luca Nucera e Primo Reggiani), o dall’essere donne remissive a donne potenti che detengono il controllo della situazione (Margherita Mannino e Antonietta Bello). La sceneggiatura è composta da soggetti un po’ stereotipati, dove lo sviluppo rimane molto alla superficie ed embrionale: si va dall’imprenditore gelido e spietato che fa innamorare di lui una ragazza per poterla ingannare in un affare, alla bella donna che riesce a far invaghire di lei ogni uomo, scatenando la gelosia del proprio fidanzato. Idem per le due successive parti, dove un signore vive con una moglie talmente gelosa che non crede alla fedeltà del marito, per terminare poi con la storia di un arrogante e popolare DJ che tradisce la propria ragazza. Come scritto sopra, gli episodi non sono uno il continuo dell’altro, sono autonomi, ma collegati tra di loro per il tema amoroso di fondo e per il fatto che sono sempre i soliti quattro personaggi a riproporsi sotto una veste differente (in una vicenda, un attore può interpretare una figura forte, mentre, nella successiva, diventa quella debole e sofferente). Come detto, le situazioni raccontate sono tutte già note e viste, ma la costruzione è scorrevole: si passa da un episodio ad un altro con un flusso continuo, senza intoppi né stonature. Non c’è una divisione netta tra un capitolo e l’altro, creando così una specie di unica e grande storia, recitata da giovani e buoni interpreti. Ed è proprio questo il punto di forza di Lovers, di Matteo Vicino (2017), film indipendente interamente girato a Bologna: la continuità, il concatenarsi degli eventi di quattro storie formalmente autonome, ma affini nella loro sostanza; un humus fatto di tradimenti, di amori pieni di incertezze, bugie, poca fiducia e molte delusioni. Questi quattro “lovers”, amanti, sono destinati ad amarsi ed odiarsi a vicenda, a cedere alle tentazioni, a defraudare il prossimo per il proprio tornaconto. I personaggi sono felici solo quando non sono a conoscenza, quando ignorano, completamente, le bassezze della propria metà: per l’autore, la felicità di coppia è nel non scoprire fino in fondo la vita ed il carattere dell’altro/a; l’ignoranza è il fondamento della serenità, il “non-vedere” è necessario per andare avanti. Non a caso il regista cita, all’inizio del film, questo pensiero di Edgar Allan Poe: «L’ignoranza è una benedizione, ma perché la benedizione sia completa l’ignoranza deve essere così profonda da non sospettare neppure se stessa»; la “benedizione” è nell’essere nella più totale oscurità. Il tutto è narrato nei luoghi più caratteristici di Bologna: via Rizzoli con le Torri Garisenda e Asinelli; San Petronio e Piazza Maggiore; la basilica di San Francesco eccetera. In questa città, dalla storia antichissima, si muovono «cullati fra i portici cosce di mamma Bologna» (come canta Guccini) questi “quattro personaggi in cerca d’amore”, e nessuno di loro ne esce immacolato: ognuno, a turno, si ritrova ad essere il boia della propria metà. Forse perché, secondo l’autore, non può esistere un amore sincero e fedele, o forse perché tale idea è un ottimo espediente narrativo, ci ritroviamo di fronte ad un film indipendente, riconosciuto molto di più all’estero che in Italia (vincitore, tra i vari premi, del “Best Narrative Film Lisbon International Film Festival 2017” e “Best Feature Film Crystal Palace International Film Festival London”), dove la desolante meschinità che affiora tra i protagonisti (la quale, puntualmente, li devasta) sembra non trovare mai fine.

Silvio Gobbi