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“Quello che non so di lei”: l’opera che domina l’artista

Una grande fiera letteraria, colma di testi, di incontri, di presentazioni e di gente. Molte persone si accalcano, fanno la coda per farsi autografare i libri dagli autori. E una lunga fila si trova proprio davanti a Delphine (Emmanuelle Seigner), scrittrice di successo, inchiodata alla sedia per firmare una serie di autografi ad una folla di ammiratori: tutti sono innamorati del libro dell’autrice e addirittura non vedono l’ora che ne esca uno nuovo. I fan passano senza lasciare il segno su Delphine, fino a quando non si presenta Elle (abbreviazione di Elisabeth, nella versione in lingua originale, sostituito in italiano con Lei, abbreviazione di Leila), un’ammiratrice magnetica, che cattura fin da subito l’attenzione della protagonista. Elle (interpretata da Eva Green) è una ghostwriter, cioè scrive biografie e libri per conto d’altri, senza mai figurare come autrice e, nel corso dei giorni, il rapporto tra lei e Delphine diventa sempre più forte e intimo. La loro frequentazione è sempre più morbosa: Elle diventa insistente e vuole spingere a tutti i costi Delphine a scrivere il suo “vero libro”, quello intimo e autentico che non ha mai realizzato. Con Quello che non so di lei (D’après une histoire vraie, 2017; presentato fuori concorso a Cannes, basato sul romanzo di Delphine de Vigan e sceneggiato insieme a Olivier Assayas), Roman Polański è tornato sulla scena cinematografica, mostrando nuovamente le sue capacità, con un un thriller dalle varie sfumature drammatiche e ossessive. Il tema dell’ossessione, che ha accompagnato il regista sin dai suoi albori (basti pensare al grandioso Répulsion, con Catherine Deneuve, del 1965), è un perno di questa opera: il rapporto tra Delphine ed Elle è ossessivo e ambiguo, come un pendolo che oscilla continuamente tra la sottomissione e il dominio di un personaggio sull’altro. L’una cerca di nutrirsi dell’altra, ognuna vuole capire ed entrare nella vita dell’altra e dominarla: la reciproca dipendenza è crescente, tra dialoghi ambigui e sguardi agghiaccianti. Polański è fluido con la camera: i suoi movimenti contribuiscono alla costruzione dell’atmosfera dell’opera, con una tecnica che si sente, ma che non è mai stucchevole. Delphine vive una pesante crisi creativa e solamente la dipendenza da Elle sembra essere l’unica cosa che la aiuti ad andare avanti: lo spettatore viene sempre più trascinato in questa vicenda ammaliante e diventa anch’egli succube dell’oscura e affascinante figura interpretata dalla splendida Eva Green. Il pubblico cede, con piacere e dolore, proprio come Delphine, agli sguardi, alle idee e al volere di Elle. Ci si fa coinvolgere nel gioco di questa storia dove la realtà è labile, e la sommessa Emmanuelle Seigner (non più dominatrice come nel precedente Venere in pelliccia) non riesce più a distinguere il reale dall’irreale. In questa pellicola, dove la suspense e la tensione si acuiscono in maniera crescente, Polański ha fatto vedere, a 84 anni, di sapere ancora il fatto suo: ha dimostrato di essere «sempre un grande maestro, e a differenza di altri magari più giovani e noiosamente formattati, capace di mantenere la leggerezza di chi sa mettersi in gioco»[1]. Ed è questa capacità di mettersi in gioco che porta il regista, ancora oggi, a non aver paura di scegliere un tema già visto (la crisi creativa di un’artista) per poterlo ricreare a modo suo, in maniera nuova, viva, grazie all’inserimento di molti dettagli ricchi di sfumature e di un epilogo azzeccato. Un finale che conclude la storia, ma in maniera sospesa, non banale, che conferma, in un’atmosfera indefinita tra sogno e realtà, la necessità vitale del forte legame tra Delphine ed Elle. L’autrice protagonista subisce una fascinazione tale da fondersi con Elle, perché sa, per istinto e inconsci motivi, che è la vita di questa misteriosa donna il soggetto del suo futuro libro: vuole entrare sempre maggiormente nell’intimità di Lei e quindi si «fa divorare, mettendo in gioco tutta se stessa, anche rischiando di esserne distrutta. Alla fine, il libro c’è»[2]. Alla fine, Delphine capisce che bisogna cedere per creare. Comprende e accetta che l’opera l’assorba completamente, che sia la sua padrona: l’opera si impadronisce della propria creatrice, la ingoia; qui non c’è più un autore che controlla ciò che produce, ma è il prodotto che prende il sopravvento. L’opera d’arte diventa Saturno e divora Delphine, per poter poi partorire, ancora una volta, un nuovo lavoro. Per poter acquietarsi, per un po’ di tempo, fino alla prossima crisi e necessità creativa, fino all’arrivo di una futura e seducente Elle.

Silvio Gobbi

Note

[1] Cristina Piccino, La magnifica ossessione per il gesto creativo, in «il manifesto», 2 marzo 2018, p. 12.
[2] Roberto Escobar, Divorare la vita altrui, inserto «Domenica» de «Il Sole 24 ORE», 4 marzo 2018, p. 33.

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