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“The Post”: la necessità della libera informazione

Il film The Post, ultimo lavoro di Steven Spielberg, da poco uscito nelle sale italiane, tratta della pubblicazione dei famosi “Pentagon Papers” da parte del “The Washington Post”, nel 1971. Protagonisti della vicenda sono Katherine “Kay” Graham (Meryl Streep) e Ben Bradlee (Tom Hanks). Katherine è la proprietaria del grande quotidiano (una donna al comando di una agenzia di stampa importante, che si trova a lottare in un ambiente fortemente maschilista), mentre Ben è lo scaltro e motivato direttore responsabile della testata. Siamo negli anni caldi degli Stati Uniti: la presidenza Nixon non viaggia in buone acque e la guerra in Vietnam comincia a diventare sempre più logorante ed insopportabile per i cittadini statunitensi, giovani e meno giovani. Ed è proprio dalla guerra in Vietnam che prende corpo la storia. Questi “Pentagon Papers” costituiscono un insieme di documenti riservati della Difesa degli Stati Uniti, contenenti informazioni top-secret sulle reali motivazioni della guerra in Vietnam e sul concreto andamento dello sviluppo bellico: dai preparativi dei Kennedy al continuo mascheramento da parti di ministri e alti gradi militari della effettiva impossibilità di vittoria degli States sui Vietcong. Queste carte aprono una voragine nel cuore della nazione americana: essi sono la prova che anche lo Stato più democratico e libero del pianeta, nella realtà, ha i propri scheletri nell’armadio (come ogni Paese), perché dimostrano che l’intera guerra in Vietnam è solamente una prova di forza degli americani, una lotta per il puro predominio, senza alcun fine umanitario e/o democratico. Dopo la pubblicazione dei papers, la fiducia della popolazione americana nei confronti del governo e dello Stato comincia ad incrinarsi, fino alla forte rottura causata dal successivo “Scandalo Watergate”, il quale affossa definitivamente la presidenza Nixon nel 1974 (in breve, con il Watergate si scoprì che il presidente degli U.S.A. cercò di coprire alcuni suoi collaboratori, responsabili di azioni di spionaggio ai danni del Partito democratico). La delusione per questi avvenimenti, porta ad una recrudescenza della fiducia dei cittadini nei confronti dei propri governanti, una fiducia “religiosa” che aveva permeato gli statunitensi sin dai tempi della loro Indipendenza (come ha scritto lo storico Emilio Gentile, riportando il pensiero del sociologo Robert Bellah del 1971, “«la religione civile americana è un guscio vuoto e rotto», il patto con Dio era stato infranto e la società americana andava «alla deriva sull’orlo dell’abisso»”[1]). I nostri protagonisti sono i primi ad essere investiti da tale delusione, entrambi molto vicini ai Kennedy e al loro entourage: non possono credere che tutta l’operazione Vietnam sia solamente un puro atto di forza, costato migliaia di giovani morti. Kay non sa se pubblicare i documenti riservati, è spaventata per come ciò potrebbe influire sul futuro del giornale, mentre Ben è motivato fin da subito a stampare l’intero dossier, per accrescere il prestigio della testata e per dire la verità ai cittadini. Alla fine, dopo mille dubbi, Katherine dà il via libera alla stampa, cosciente di finire in tribunale insieme al “The New York Times” (già denunciato da Nixon per aver pubblicato, per primo, una parte dei documenti riservati). Prendendo una decisione così forte, la protagonista non solo adempie al dovere di informare i cittadini, ma compie anche un importante passo verso l’emancipazione delle donne: palesando forza e risolutezza, la signora dimostra che anche le donne sono capaci di azioni importanti nei confronti della società, alla pari degli uomini.
Spielberg è riuscito a realizzare una pellicola interessante per il suo messaggio e accattivante per lo stile utilizzato: con una ripresa limpida, fluida, che scorre sui personaggi come un pennello su di una tela, ed un montaggio serrato che non lascia spazio alla noia, il regista, ancora una volta, ha sfornato un prodotto di qualità, capace di catturare il pubblico ed interessarlo alla vicenda dal principio alla fine (anche con qualche trovata retorica di troppo). La bravura dei due protagonisti è indiscutibile, soprattutto quella di Meryl Streep, la quale, in ogni film, supera sempre se stessa. L’autore ha azzeccato anche il modo di rappresentare il presidente Nixon, ripreso sempre nel suo ufficio della Casa Bianca, di spalle, visto da fuori dalla finestra, udendo la sua astiosa voce fuori campo, sempre al telefono a diramare ordini ambigui e oscuri: pur non facendoci mai vedere il presidente interamente, Spielberg, grazie a queste scelte stilistiche, ha realizzato lo stesso una perfetta rappresentazione della losca figura del presidente repubblicano, ambiguo e malato di potere, il quale ha dovuto, alla fine, fare i conti con la libertà di informazione. Un film molto attuale e vicino ai nostri giorni. Giorni in cui si comincia ad avere sempre più paura di dire la verità, anche nei paesi democratici, a causa di quel senso di insicurezza sociale e individuale che ogni giorno sentiamo sempre più forte nelle nostre vite, timorosi del futuro e spaventati dal fermento di alcuni violenti, i quali sembrano evocare delle fosche atmosfere politiche. Questa pellicola è un monito per ricordare alla gente quella priorità che un popolo democratico deve sempre difendere: la libertà di pensiero, di stampa, di parola e di informazione. Perché l’informazione è libertà, da essa discendono tutte le altre libertà degne di ogni paese civile, garantisce la civiltà e allontana la paura del futuro,

Silvio Gobbi

Nota
[1] Emilio Gentile, Le religioni della politica. Fra democrazie e totalitarismi, Laterza, Roma 2007, pp. 199-200.

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