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Ascanio Celestini
Ascanio Celestini

Ascanio Celestini un’importante presenza culturale nella Marca centrale

di Alberto Pellegrino

Dopo l’apertura al Teatro Valle di Chiaravalle il 1° dicembre il tour marchigiano di Pueblo, il nuovo spettacolo di Ascanio Celestini, è arrivato nel Teatro Piermarini di Matelica per poi andare nel Teatro Persiani di Recanati (23 febbraio 2018) e nel Teatro Comunale di Porto San Giorgio (19 marzo 2018), quindi questo tou si concluderà con la rappresentazione di Laika il 3 maggio 2018 nel Teatro Rossini di Civitanova Marche.

Pueblo nasce da un accurat lavoro di ricerca fatto d’autore che è partito da un lungo titolo provvisorio di Che fine hanno fatto gli indiani Pueblo? – Storia provvisoria di un giorno di pioggia. Studio per uno spettacolo e che ha sperimentato a Bruxelles e a Parigi. Lo spettacolo definitivo ha debuttato il 17 ottobre nel Teatro Vittoria per Romaeuropa Festival 2017 ed è la seconda parte di una trilogia iniziata nel 2015 con Laika.
Ascanio Celestini, che è il maggiore rappresentante del teatro di narrazione, in questo nuovo spettacolo racconta, a volte in modo descrittivo e a volte visionario, voci, suoni, movimenti e figurazioni che nascono come per magia dalla sua voce, guardando il mondo attraverso un’immaginaria finestra, dalla quale osserva le vite di donne e di uomini che sono fragili ed emarginati di quella vita che pulsa lungo le strade di un’indifferente città.
Lo scrittore-attore ritorna a frequentare i luoghi da cui è solito trarre ispirazione: i bar e i supermercati delle periferie urbane, i grandi magazzini, i lavoratori malpagati o licenziati, le abitazioni-ghetto di “35 metri quadrati calpestabili” con le finestre chiuse e le luce basse che illuminano vite indifese. Vi sono poi i marciapiedi e le strade asfaltate che possono decidere il destino di esistenze capitate lì per un appuntamento con il destino. Si tratta di un confine che può fare la differenza tra esseri umani apparentemente uguali: chi va a piedi sui marciapiedi, trascinandosi dietro una vita oscura e faticosa; chi sfreccia sulla strada sulla sua bella automobile e che passa senza vedere gli altri, fiero della sua indifferenza.
Il mondo narrato da Celestini è abitato da personaggi “animati da una vita che viene raccontata solo quando accade qualcosa di estremo (furti, stupri, omicidi), mentre a me piacciono quando si tengono sul confine della notizia. In Pueblo il narratore sta alla finestra e immagina le storie delle persone senza conoscerle…una qualsiasi finestra che ti fa credere di essere al centro del mondo, mentre stai in una periferia sfigata qualunque…Da quella periferia, che vive all’ombra del mondo vero, senti di essere sufficientemente protetto per dire qualsiasi cosa”. Ascanio Celestini è ormai il più sensibile poeta di queste periferie umane formate da tante solitudini che messe insieme compongono un popolo. Sono le voci di un universo fatto di povertà, che vive ai margini della società del benessere anche se è costituito da esseri umani che hanno sentimenti, pulsioni e bisogni come tutti gli altri: sono personaggi che senza Celestini non entrerebbero mai nella Storia.
Il primo personaggio è Violetta che fa la cassiera in un supermercato e questo mestiere le piace, perché si sente come una regina in trono. I clienti depositano sul banco della cassa ogni genere di cibi e bevande e lei s’immagina che non siano clienti, ma sudditi gentili che dicono “prego signora regina prenda questo baccalà congelato, questi biscotti per diabetici. Prego prenda questo vino nel tetrapack, sono tre litri, è prodotto da qualche parte in Francia o Cina…E io dico grazie, grazie, grazie”. Violetta sogna di essere la regina di un reame popolato da storie feroci che come protagonisti altri personaggi disillusi e traditi dalla vita, ma nella sua immaginazione anche il mondo fuori dal supermercato è un reame pieno di gente interessante che lei incontra a cominciare dal fantasma del padre, il quale nella sua fantasia di bambina era il più bravo di tutti nello sport, sul lavoro e soprattutto nel cucinare la pasta col tonno.
La seconda protagonista, quella che regge il filo principale del racconto, è Domenica la barbona che da sempre vive ai margini della società e che muore sulla strada davanti a un bar dopo aver bevuto un cappuccino decaffeinato nella totale indifferenza dei passanti che temono abbia una malattia infettiva. La vita di Domenica si srotola all’indietro da quando da bambina il padre la picchiava e le insegnava a rubare; da quando ha stretto un rapporto con uno zingaro di otto anni accanito fumatore che ha rincontrato da grande, che è diventato il suo amante e che ha tentato di ucciderla gettandola dalle scale, per poi morire a sua volta alla stessa maniera. La donna ricorda quando è stata rinchiusa bambina in un orfanatrofio retto da “monache bastarde” che hanno fatto prigioniero persino Dio, chiudendolo in una buia cantina e impedendogli di fare miracoli. Ricorda poi l’incontro con Said, il nero africano che è stato l’amore della sua vita, che fa il facchino in un grande magazzino e che è diventato schiavo delle slot machine in un bar gestito da un’ex prostituta, dove ci s’illude di vincere ma non si vince mai. Quando Said è stato rimpatriato, Domenica rimane di nuovo sola e muore sola, aggiungendosi all’infinità schiera di morti ignoti che si perdono nell’aria, nei fiumi e nel mare al di sotto della fascia di van Allen che circonda il nostro pianeta.
“A me interessava raccontare – dice Celestini – la storia di un luogo dove abitano personaggi con un’umanità molto evidente il cui tratto principale è la debolezza. Sono deboli anche quando sono violenti, sono deboli anche quando sono cattivi, sono deboli anche quando sono colpevoli… Personaggi che non hanno alcun potere e spesso stentano a sopravvivere, ma si aspettano continuamente che il mondo gli mostrerà qualcosa di prodigioso. Ci credono talmente tanto che alla fine il prodigio accade”. Celestini vorrebbe che questi esseri umani, pur essendo ai margini della società, riescano a rappresentare per intero questa nostra società, affinché ogni spettatore possa identificarsi con un barbone o una prostituta rumena, non perché vive la stessa condizione sociale, ma la stessa condizione umana.

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