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Guglielmo da Lisciano poeta-cantore nella corte di Palermo
Guglielmo da Lisciano poeta-cantore nella corte di Palermo

Storia: Guglielmo Divini da Re dei versi a frate Pacifico

di Alberto Pellegrino

Nella primavera del 1209, ottenuto il riconoscimento della regola da Papa Innocenzo III, Francesco lascia Assisi e compie il suo primo viaggio “missionario” fuori dell’Umbria, recandosi nella Marca in compagnia di frate Egidio. Dopo avere raggiunto Fabriano, si reca nell’eremo di S. Maria di Valdisasso e nella Pieve di S. Maria, dove incontra il beato Ranieri che diventerà il suo confessore. Francesco ritorna nella Marca una seconda volta nel 1212 per andare in Ancona, dove s’imbarca per l’Oriente, ma una tempesta lo costringe a sbarcare sulle coste della Dalmazia e a ritornare in Ancona. Secondo una serie di testimonianze, durante il viaggio verso Assisi, fa sosta a San Severino Marche nel convento di Colpersito che ospita una comunità religiosa femminile, alla quale il santo fa dono di una pecora con la cui lana le monache avrebbero intessuto per lui un saio. Francesco sceglie probabilmente questo luogo per la presenza fin dal 1100 di un crocefisso ligneo molto venerato dalla popolazione.

La conversione del re dei versi Guglielmo da Lisciano

Le fonti francescane dicono che, durante il soggiorno di Francesco a San Severino nel 1212, avviene la conversione di Guglielmo da Lisciano, un trovatore noto come il “re dei versi”. L’incontro con Francesco risulta determinante per Guglielmo che decide di cambiare vita, assumendo il nome di Pacifico e diventando uno dei più stretti e fedeli compagni del Poverello d’Assisi. Nel 1217 Pacifico è, infatti, inviato in Francia per fondare l’Ordine francescano; rientrato in Italia nel 1223-1225, egli ritorna intorno al 1230 definitivamente in Francia, dove muore nel 1234.
Tommaso da Celano così descrive la conversione di Guglielmo Divini nel Capitolo LXXII della Vita seconda di San Francesco: «Vi era nella Marca d’Ancona un secolare, che dimentico di sé e del tutto all’oscuro di Dio, si era completamente prostituito alla vanità. Era chiamato “il Re dei versi”, perché era il più rinomato dei cantori frivoli ed egli stesso autore di canzoni mondane. In breve, la gloria del mondo lo aveva talmente reso famoso, che era stato incoronato con molte glorie dall’Imperatore. […] Per disposizione della divina provvidenza, si incontrarono, lui e Francesco, presso un certo monastero di povere recluse. Il Padre vi si era recato per far visita alle figlie con i suoi compagni, mentre l’altro era venuto a casa di una sua parente con molti amici. La mano di Dio si posò su di lui, e vide proprio con i suoi occhi corporei Francesco segnato in forma di croce da due spade, messe di traverso, molto splendenti: l’una si stendeva dalla testa ai piedi, l’altra, trasversale, da una mano all’altra, all’altezza del petto. Non conosceva personalmente il beato Francesco; ma dopo un così notevole prodigio, subito lo riconobbe. Pieno di stupore, subito cominciò a proporsi una vita migliore, pur rinviandone l’adempimento al futuro. Ma il Padre, quando cominciò a predicare davanti a tutti, rivolse contro di lui la spada di Dio. Poi, in disparte, lo ammonì con dolcezza intorno alla vanità e al disprezzo del mondo e infine lo colpì al cuore minacciandogli il giudizio divino. L’altro, senza frapporre indugi, rispose Toglimi dagli uomini e rendimi al grande Imperatore. Il giorno seguente, il Santo lo vestì dell’abito e lo chiamò frate Pacifico, per averlo ricondotto alla pace del Signore».

Bonaventura da Bagnoregio descrive lo stesso episodio nella Leggenda maggiore (vita prima): “Molti accorrevano dalle varie parti del mondo, nel desiderio di vedere di persona il padre santo. Fra gli altri un estroso compositore di canzoni secolaresche, che era stato incornato poeta dall’imperatore e da allora veniva chiamato re dei versi, si propose di recarsi dall’uomo di Dio, così noto per il suo disprezzo degli onori mondani. Lo trovò nel castello di San Severino, mentre predicava in un monastero; e allora la mano di Dio venne su di lui mostrandogli in visione quel medesimo Francesco, che stava predicando sulla croce di Cristo, segnato da due spade splendentissime, disposte in forma di croce: una delle spade si estendeva dalla testa ai piedi e una da una mano all’altra, attraverso il petto. Egli non conosceva la faccia del servo di Cristo, ma lo riconobbe immediatamente, quando gli fu indicato da un così grande prodigio. Stupefatto per quella visione, si propose subito di intraprendere una vita migliore e, convertito dalla forza delle sue parole e come trafitto dalla spada dello spirito che usciva dalla sua bocca, si unì al beato padre mediante la professione, rinunciando totalmente agli onori vani del mondo. Il Santo vedendo che si era perfettamente convertito dall’inquietudine del mondo alla pace di Cristo, lo chiamò frate Pacifico”.

Guglielmo Divini da Lisciano re dei versi

Guglielmo Divini (1158 circa– 1234) nasce a Lisciano, un piccolo borgo nei pressi di Ascoli Piceno e in gioventù è considerato uno dei più grandi poeti del suo tempo, tanto da essere incoronato “Re dei versi” dall’imperatore Federico II di Svevia. Per cercare di mettere a fuoco la figura di questo francescano, prima della sua conversione, bisogna rifarsi alle fonti che indicano quest’uomo come un celebre poeta. Secondo una tradizione condivisa dai più, si ritiene di poter identificare questo fra’ Pacifico con Guglielmo Divini, tenendo conto di numerosi documenti relativi alle cronache della Marca, di Ascoli e dell’Umbria (La Legenda Maior,1078-1079 e la Leggenda perugina, 1570).
Nel trattato Osservazioni sopra le famiglie nobili d’Italia, le loro arme, ed Imprese di Francesco Antonio Marcucci (1717-1798), si riporta questa testimonianza: «Nella venuta nel 1187 in Ascoli di luglio di Henrico VI re dei Romani Filio di Federico I Barbarossa, imperatore, gli furono fatti archi trionfali oranti con varie Imprese & Insegne & Inscrizioni, dalli Ascolani, come si cava da un antichissimo manoscritto e gli fu recitata una orazione panegirica in lingua nostra italiana allora nascente e rozza e si suppone recitata dal nostro arcidiacono Berardo, poi vescovo di Messina; e un carme italiano o sia cantico encomiastico, recitato dal nostro Vuillielmo poi Pacifico poeta, il quale nella sua età avanzata fu frate e discepolo di San Francesco… Quando la recita del carme fu fatta il 22 luglio1187, Guglielmo aveva 29 anni: il carme era di 100 versi precisi e furono sufficienti perché Guglielmo fosse dichiarato nobile paladino e poeta di corte. Ventuno anni dopo, nel 1208, a Palermo Federico II ancora ragazzo lo proclamò solennemente suo maestro e re dei versi italiani per essere stato il primo di tal professione in Italia. Gli altri poeti furono tutti allievi della scuola guglielmina. Passano altri quattordici anni e Guglielmo fa la strepitosa risoluzione che tutti conosciamo».
L’identificazione di Guglielmo da Lisciano con fra Pacifico si basa pertanto sul riferimento a quel Guglielmo Divini che incontra Enrico VI e Costanza d’Altavilla, durante il loro passaggio ad Ascoli nel luglio 1187. Le cronache ascolane riportano che Guglielmo sarà condotto nella corte imperiale per i meriti letterari messi in mostra con la composizione di un carme encomiastico dedicato ai sovrani. In un documento del 1194 Costanza si riferisce al Divini come al «fidelis noster attendentes cum fidem et devotionem» e Francesco Antonio Marcucci (1766), senza indicare le fonti, scrive che, durante il soggiorno ad Ascoli di Enrico e Costanza novelli sposi, un giovane rimatore, proveniente dal borgo di Lisciano, compone e recita in onore della coppia imperiale una composizione in versi di materia encomiastica.

Secondo questa ricostruzione, il futuro frate Pacifico sarebbe stato incoronato a Palermo «Re dei versi» intorno al 1209 dall’imperatore Federico II, figlio di Costanza. Tra questa incoronazione e l’episodio della conversione del 1212 a San Severino non si hanno notizie relative al personaggio del Divini, né effettivi riscontri sul motivo per cui avrebbe lasciato la corte siciliana per fare ritorno nella Marca. Non sono nemmeno arrivati fino a noi degli scritti poetici a lui attribuibili e questo è un fatto abbastanza misterioso per un poeta che le fonti indicano come un protagonista all’interno della cerchia letteraria federiciana dove viene incoronato come il primo dei poeti, un autore di testi lirici in lingua italiana prima del definitivo affermarsi del volgare, svolgendo pertanto un ruolo di congiuntura tra la letteratura del XIII secolo e la piena fioritura della Scuola siciliana.
Secondo una suggestiva ipotesi, avanzata dallo storico Benedetto Leopardi di Monte San Pietrangeli, sarebbe stato possibile un “amore galeotto” fra la regina Costanza d’Altavilla e il giovane Guglielmo e da questa relazione segreta sarebbe addirittura nato lo stesso Federico II che viene partorito a Jesi il 26 dicembre del 1194. In quell’anno l’imperatore Enrico VI si trova in Germania, mentre Costanza vive a Spoleto in compagnia delle sue dame e del suo “cavalier servente”, appunto Guglielmo da Lisciano. L’ipotesi è suffragata dal fatto che, durante il soggiorno della coppia regale ad Ascoli nel 1187, l’imperatrice Costanza sarebbe rimasta colpita dal carme a lei dedicato dal giovane poeta marchigiano, tanto da volere che Guglielmo la seguisse nella corte di Palermo come personale “cavalier servente”. I due rimangono insieme per anni, vivendo una probabile relazione clandestina fino a quando nel 1212 Guglielmo incontra nei pressi San Severino Francesco e si converte alla vita monastica. L’ipotesi, per quanto affascinante, appare abbastanza romanzesca e priva di riscontri storici, al massimo essa potrebbe rappresentare uno dei tanti misteri che avvolgono la figura di questo poeta marchigiano che, prima di diventare un compagno di Francesco d’Assisi, attraversa come una cometa gli anni tra il.
XII e il XIII secolo, facendo parte di quel gruppo di poeti presenti della corte di Federico II.

Si avanza anche l’ipotesi che nella primavera del 1225 Guglielmo da Lisciano abbia svolto un ruolo importante nella stesura del Cantico di Frate Sole, dato che Francesco lo manda a chiamare a San Damino quando ha appena terminato la composizione della laude. L’episodio apre interessanti prospettive sul ruolo che fra Pacifico avrebbe svolto nella revisione e redazione del Cantico, poiché in quel periodo Francesco è quasi cieco e versa in gravi condizioni di salute, per cui non avrebbe potuto attendere da solo alla stesura del testo. La perfezione formale e la struttura elaborata della composizione mostrano caratteristiche estranee ad altri scritti del Santo, per cui si può supporre che una “seconda mano” sia intervenuta nella composizione del Cantico, una mano tecnicamente sapiente capace di dare una perfetta forma poetica a un testo che ha dato origine alla letteratura religiosa italiana ed europea, per cui è lecito supporre, senza nulla togliere ai meriti di Francesco, che quella mano sia stata proprio di frate Pacifico.