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L'ospedale e, nel riquadro, il dottor Oddi in sala operatoria

‘Colonna’ dell’ospedale da 31 anni: in pensione il dottor Oddi

Giovedì 31 agosto ha varcato per l’ultima volta, con camice verde, guanti e mascherina da chirurgo, la soglia di una sala operatoria. Il bisturi gli è servito per un intervento di ernia: praticamente un “gioco da ragazzi” per lui che, dopo 37 anni di attività, di cui 31 sempre all’ospedale settempedano, e molte migliaia di operazioni eseguite, se ne va meritatamente in pensione. Parliamo del dottor Nazzareno Oddi, sambenedettese di origini, ma ormai trapiantato a San Severino: una delle colonne portanti della nostra struttura sanitaria, divenuto – col tempo – un insostituibile punto di riferimento per tutto ciò che riguarda l’urologia.

Dottore, cominciamo dalla fine: perché smette a soli 61 anni?

“In effetti, sarei potuto restare per altri quattro anni, ma con la situazione attuale preferisco lasciare: non ci sono più le condizioni per sviluppare quello che abbiamo costruito in tanti anni di lavoro”.

E’ deluso?

“Dispiaciuto, direi… Sono arrivato il 1° novembre del 1986, venivo da Perugia, dove mi ero laureato e specializzato. Il primario era Chioma e il reparto contava 54 posti di chirurgia generale. C’erano i colleghi Idolo Pierandrei, Cervigni, Rocci e Giorgetti (che arrivò assieme a me). Dopo vent’anni di grande impegno, durante i quali abbiamo raggiunto importanti risultati, la politica regionale ha sgretolato ogni prospettiva e chi è rimasto si è ritrovato, suo malgrado, a chiudere la propria carriera in una corsia di week surgery senza prospettive”.

Cos’è questa benedetta week surgery?

“In teoria, nell’attuale situazione, per l’ospedale di San Severino potrebbe essere un’opportunità rilevante; in pratica, però, non lo è perché la struttura è dequalificata e sottoutilizzata per scelte fatte a metà o addirittura non fatte. La week surgery, infatti, accorpa almeno il 70 per cento di tutti gli interventi chirurgici nelle varie specializzazioni: dall’otorino alla ginecologia, dalla dermatologia all’urologia, dalla chirurgia all’ortopedia. Sono operazioni non d’urgenza, ma programmate, che prevedono un ricovero del paziente da 1 a 4 giorni al massimo. Il reparto di San Severino, con una ventina di posti letto, dovrebbe essere il punto di riferimento provinciale per questo tipo di chirurgia, ma di fatto non lo è perché manca la volontà di farlo funzionare a pieno regime”.

Senza contare che, sempre a San Severino, dovrebbe svilupparsi quel centro di eccellenza regionale della chirurgia erniaria che, per storia, tradizione e numeri, ha ampiamente meritato: è stato più volte richiesto, ma mai riconosciuto.

Perché si è arrivati a questo punto?

“Quando si è cominciato a parlare di riforma della sanità e di razionalizzazione sono cominciati i guai; sono entrati in gioco molti fattori ed è stato commesso l’errore di smantellare quelle situazioni che andavano bene. Bisognava invece investire su quei centri che erano già all’avanguardia per farli diventare delle vere e proprie eccellenze. San Severino nel ’91 introdusse la laparoscopia e nel ’92 fu il primo ospedale delle Marche a sviluppare la chirurgia erniaria moderna. Veniva gente da tutt’Italia. Nel ’95-’96 ho avviato poi la chirurgia urologica specifica e l’ho implementata seguendo le varie evoluzioni. E pure su questo fronte siamo diventati un punto di riferimento per una vasta zona. Poi la lenta agonia… Nel 2001 volevano chiudere tutto: abbiamo fatto una grossa battaglia per tenere in vita la struttura, ma ne siamo usciti con le ossa rotte per tante ragioni”.

Ora che farà?

“Tornerò più spesso nella mia San Benedetto e mi dedicherò alla famiglia. Ne approfitterò anche per viaggiare…”.

A livello professionale?

“Sì, consulenza la farò”.29

E la politica le interessa?

“No, mi è bastato vedere cosa hanno fatto. Ne resto fuori volentieri”.

Un’ultima domanda come medico: negli anni Duemila aumenta il lavoro dell’urologo?

“Decisamente sì, per due motivi: da un lato perché la vita media dell’uomo aumenta e, quindi, si manifestano di più alcune problematiche, dall’altro per via della qualità della vita. Mi spiego: la persona, anche se anziana, vuole vivere meglio che può; quindi il progresso tecnologico e clinico ci permette di ricorre a interventi sempre meno invasivi per eliminare disagi e criticità dovute all’età”.

Mauro Grespini