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Ricordo di Settimio Cambio, muratore poeta
Ricordo di Settimio Cambio, muratore poeta

Ricordo di Settimio Cambio, muratore poeta

di Alberto Pellegrino

Ritengo sia doveroso ricordare la figura e l’opera di Settimio Cambio non solo per l’amicizia e la stima verso quest’uomo che ho avuto l’onore di frequentare dai tempi del liceo (negli anni Cinquanta) fin quasi alle soglie della sua scomparsa, ma soprattutto per il valore intrinseco di un artista che, pur rimando all’interno del suo mondo quotidiano, ha profondamente segnato con la sua presenza e la sua opera gli ambienti sociali e culturali della nostra città.

Note biografiche

Settimio Cambio è nato l’11 maggio 1908 nel Quartiere di San Rocco, proprio nel cuore del centro storico cittadino, mentre il 6 febbraio 1998 ha cessato di battere il suo grande cuore di uomo e di artista così carico di sentimenti e di nobile passione per la vita, così inquieto di fronte al mistero della morte sempre messo a confronto con l’idea di un Dio padre misericordioso, così segnato dal dolore di tante vicende familiari sfociate poi in un sentimento universale del dolore e diventate poesia carica di umanità e di amore verso tutto il creato. Cambio è stato un personaggio molto particolare per il suo spessore umano e le sue caratteristiche di artista. Uomo di grande temperamento e di estrema passionalità, dotato di un fisico fuori del comune che gli ha consentito di praticare con buoni risultati la ginnastica artistica, Settimio è stato un severo autodidatta che si è avvicinato con rispetto e umiltà al mondo della letteratura (aveva frequentato la scuola fino alla quarta elementare), partendo dall’apprendimento di quelle regole elementari e fondamentali per poter esprimere in versi il mondo poetico che gli “ruggiva” dentro e, proprio per questo suo ingresso “in punta di piedi” nel mondo della poesia, egli amava definirsi poeta muratore. Nello stesso tempo egli poteva vantare i titoli che lo legittimavano ad essere un maestro di vita, dato che aveva conosciuto il mondo del lavoro fin dall’adolescenza: settimo di nove figli, aveva cominciato molto presto a lavorare come apprendista al fianco del padre, per poi diventare uno stimato artigiano-muratore e passare successivamente alle dipendenze del Comune di San Severino come infaticabile e poliedrico capo-tecnico, posto occupato fino al raggiungimento dell’età pensionistica. Ben presto però il dolore comincia a segnare la sua vita: nel 1942 muore la sua figlioletta Maura e nel 1943, dopo una dolorosa malattia, scompare la sua giovane moglie Zaimira che gli lascia due piccole bambine, cresciute da Settimio con amore paterno insieme ad una nuova compagna di vita sposata in seconde nozze.

La sua attività artistica

Sono proprio queste tragedie familiari a far venire allo scoperto quella voglia di esprimere i propri sentimenti, per cui Settimio comincia a scrivere alla moglie scomparsa delle appassionate lettere in versi e in prosa, accompagnate da una serie di raccontini pubblicati su Il Messaggero. Nel 1949 avviene il suo ingresso ufficiale nel mondo artistico con una raccolta poetica che viene segnalata al Premio Nazionale Estate Pesarese, riconoscimento che si rinnova nell’edizione 1950 dello stesso Premio. Nel 1951 esce la sua prima opera a stampa che riceve una segnalazione al Premio Città di Livorno; successivamente due raccolte di poesia ricevono per due anni consecutivi, nel 1955 e nel 1956, il Lauro poetico nel Concorso nazionale indetto dalla rivista La Nuova Italia Letteraria di Bergamo; nel 1976 viene nominato “Cittadino dell’anno”; nel 1986 riceve il diploma d’onore nel Premio Grifo d’Oro dell’Associazione Amici dell’Umbria. Settimio Cambio continua a pubblicare raccolte poetiche fino al 1994 e nello stesso tempo allaccia personalmente e per via epistolare una serie di rapporti con letterati, critici letterari e poeti di rilevanza nazionale come Aldo Capasso, Tullio Colsalvatico, Federico De Maria, Lionello Fiumi, Mario Gorini, Corrado Govoni, Giuseppe Lipparini e Alvaro Valentini. Lo stesso Giuseppe Ungaretti, in una lettera del 27 marzo 1952, ha scritto a proposito dei suoi versi: “In ogni pagina di Dove ogni giorno affondo, direi in ogni sillaba la commozione è stata intensa…nessuno, credo, potrà fissare gli occhi sopra quelle parole senza rimanere profondamente preso”. Cambio ha collaborato a numerose riviste letterarie, tra cui Il sentiero dell’arte, La Nuova Italia Letteraria, Il Pungolo Verde, La Rupe, Cronache Marchigiane, La Voce del Centro Esperantista Piceno, ma la sua collaborazione più lunga e affettuosa è stata con L’Appennino Camerte, dove ha pubblicato poesie e racconti, memorie e note paesaggistiche nelle quali ha sempre rivelato un profondo amore per la sua terra.

La poetica di Settimio Cambio

Settimio Cambio ha sempre seguito con costante impegno la sua vocazione poetica, “impastando” con la stessa passione calcina e parole in versi profondamente legati alla sua storia di uomo che ha portato sulle spalle in eguale misura il fardello del dolore e il bagaglio delle gioie, vivendo con coerenza le varie stagioni della sua vita con l’anima invasa dai sentimenti e dalle memorie terrene, ma nello stesso tempo protesa verso una dimensione ultraterrena. Rosa Berti Sabbieti ha scritto che in Cambio le parole sono come “pietre vive” usate secondo una forma semplice e di immediata accessibilità, “che convince e avvince il lettore (e) che si risolve in un contatto cristallino dell’uomo con la propria vita, il proprio mestiere, la propria sofferenza e la propria conquista”. Non a caso Cambio scrive: “Pietra, immagine serena dei secoli / che ascolti dai primordi / incontaminati silenzi / e grida e pianti di madri / in lutto, e urrà di vittoria / insanguinate: a me fosti canto, / lievito che germina, pane di vita / seme che feconda, / ostia che purifica, / amante che non tradisce”. La poesia di Cambio si fonda essenzialmente sul tema del tempo modulato come uno spartito che ha scandito la sua vita: il tempo della fanciullezza e della giovinezza, il tempo dell’amore e del dolore, il tempo della senilità, quando l’individuo è costretto a confrontarsi con il mistero della morte (“Beato il fiore, perché non sa / che sarà reciso: / all’uomo è conforto sfuggire / alla conoscenza del colpo / cui la morte fermerà di schianto / come grido di gabbiano”). Vi sono alcuni punti fermi a cui si agganciano le speranze del poeta: una profonda umanità che supera i confini dell’egoismo (“Oggi vorrei avere braccia smisurate / per abbracciare tutto il mondo, / che la strada ho imparato / del benefico pianto e dell’amore”); l’amore per la natura e per il paesaggio circostante, dal quale trae spesso ispirazione e confronto in un dialogo costante con gli alberi, i campi, i fiori e l’amato astro della luna; l’amore per la poesia vissuta come autentica sorgente di vita dalla quale sgorgano i suoi versi (“Che almeno uno di essi / resista al tempo /col mio nome”); una salda fede in Dio (“Signore, io non chiedo nulla / per capriccio / e Tu, che dell’ortiche fai / bionde messi, donami / un nuovo cuore, / magari cuore d’uccellino, / sciogliere in canto / il freddo nodo che mi cova dentro”). Il lavoro è un altro tema ricorrente nella poesia di Cambio che ha sempre amato definirsi “muratore poeta”, quando ancora esercitava il suo mestiere concepito secondo la sacralità di una celebrazione che trova una sua liturgia nella calce, nel mattone, nel martello, nel regolo, nel filo a piombo, nella carrucola che prendono vita nelle sue abili mani di artigiano (“Gesù Signore, Gesù Operaio / anch’io come il sacerdote / ti celebro ogni giorno”). Non bisogna tuttavia pensare che egli sia un poeta-naif, perché egli sa muoversi nel mondo delle lirica contemporanea senza tuttavia perdere la sua vena e la sua natura popolare, trovando nello stesso tempo immagini liriche ricche di umanità e capaci di affrontare i temi fondamentali dell’esistenza umana. Risulta evidente e comprensibile che l’ultima parte della sua produzione poetica sia dedicata alla vecchiaia e alle scadenze che impone lo scorrere inesorabile del tempo Negli ultimi anni di vita il tema della vecchiaia entra in modo rilevante nelle ultime composizioni di Cambio non come una scoperta improvvisa, piuttosto come la logica maturazione di una consapevolezza sempre presente nell’animo dell’artista per assumere nell’ultima parte della produzione poetica assume i connotati di dolore (“L’arco della mi vita / sta per crollare / con tutte le sue pietre di dolori”), i cupi colori del buio angosciante, l’ansia del tempo che si consuma inarrestabile. Nel poeta non viene però la certezza di una fede che lo spinge a cercare un approdo nel porto della speranza: “Anima mia, sali nell’alto Cielo / picchia alla celeste porta della / divina luce / forse ti aprirà un angelo dalla chiave d’oro / con le ali aperte / per coprire l’offuscata mia pace. / E ti farà lievitare / come il suo bianco pane dell’amore / Ostia che riluce nel calice d’oro / della lucente felicità…ed io sarò salvo e libero / pronto per il sonno quieto dell’Eternità”. Nella vecchiaia i pensieri legati alla memoria, alla morte e all’eternità sono stati i tragici compagni di questo artista che, pur nella sua costante riflessione sul dolore e sul destino dell’uomo, non ha mai rinunciato ai suoi ideali di fede nell’umanità e nel divino. Proponiamo di seguito una sua poesia; altre sono in “galleria”, a margine dell’articolo.

Sinfoniale arcano (1969)

Io, uomo dalla fronte sbiancata dal rimpianto, porto in giro – come una balia annoiata – le mie ore di tristezza. E il mio cuore già va attizzando le stelle sul rombo dell’infinito. La mia notte ama il silenzio, ma sulle grondaie delle case, grigie come vecchie cattedrali sospesi sono gli organi di cristallo. La luna cola oro sulle finestre illividite e nella mia gola di muratore poeta. E mi rincantuccio nei partiti d’ombra (come la mia anima) ad ascoltare il muto sinfoniale di note bianche come ali di giovane cigno sognatore. La luna, col suo scettico sorriso, par che mi voglia ricordare le notti infocate d’amore dei mie anni di giovane ciclone mai saziato. E della feconda vita, dell’impetuosa, gagliarda giovinezza. E col suo pallido tremolio par che m’infonda di dissetarmi di oblio nella mia età infeconda sospesa con un filo leggero nell’immensa, azzurra cupola dell’infinito mistero del cielo brillante di astri innamorati della palpitante luna.

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